Di sette religiose, del Nazismo, della violenza e dell’inganno della neutralizzazione semantica

di RITA CIATTI
fonte: http://www.ildolcedomani.com/
 

Ogni tanto c’è qualcuno che tira fuori la storia che noi animalisti, vegani ecc., saremmo una specie di setta religiosa, volta a fare proseliti e a diffondere una qualche idea e visione assurda del mondo.
A questi signori sfugge una differenza sostanziale: le religioni – qualsiasi religione o setta religiosa – si basano su assunti indimostrabili (l’esistenza di Dio o di una qualche altra entità metafisica, l’aldilà, il governo del mondo da parte di forze occulte ecc.) dai quali fanno derivare una serie di dogmi. 
I movimenti per la liberazione animale invece si basano su un’incontestabile e inopinabile evidenza: il dolore e la sofferenza di miliardi di esseri senzienti la cui causa è imputabile allo sfruttamento, sopraffazione e sterminio che la specie umana attua nei loro confronti. Da ciò ne deriva la volontà di voler porre fine a questo massacro e quindi la scelta di non nutrirsi, vestirsi con animali e derivati animali (veganismo). 
E se ci teniamo così tanto a diffondere video, a sensibilizzare con campagne ecc. NON è certo per fare proseliti, quanto per informare su cosa realmente avviene dentro gli allevamenti, mattatoi, laboratori dove si effettua la vivisezione, circhi, zoo ecc..
Informiamo per far capire alle persone che la bistecca che mettono nel piatto è un CHI e non una cosa e per educarle al rispetto dell’altro da sé. 
Informiamo sulla capacità di questi esseri senzienti che sono gli animali non umani di sentire, amare, esperire l’esistenza, provare dolore e soffrire esattamente come noi.
E questo non è minimamente paragonabile all’indottrinamento di una qualsiasi religione in quanto è semplice informazione sulla realtà dell’olocausto animale.
Sempre dai medesimi (gli stessi che affermano che il veganismo, l’animalismo, l’antispecismo sarebbe una setta…) proviene spesso la dichiarazione che noi saremmo dei nazisti in quanto vorremmo imporre il nostro pensiero e vietare lo sfruttamento degli animali (quindi veniamo visti come autoritari, violenti ecc.).
Ora io credo che chi faccia tale analogia stia in realtà proiettando nel destinatario delle sue accuse quello che invece legittimamente è imputabile proprio a chi sfrutta gli animali, non a chi vorrebbe liberarli: non è difficile da capire che gli allevamenti e le gabbie in cui vengono rinchiusi gli animali, costantemente privati della loro dignità, libertà, esistenza e perfino la razionalizzazione con cui viene concepito il loro quotidiano sterminio assomigliano in maniera incredibile proprio ai lager nazisti.
Nazisti semmai sono quelli che costruiscono lager per rinchiuderci animali senzienti, non certo coloro che lottano per abbatterli. 
Vero è che spesso alcuni animalisti ricorrono a toni deprecabili e a una certa violenza verbale (ne ho parlato in diversi articoli: qui e anche qui), toni che scaturiscono dal dolore, l’angoscia, l’impotenza, la rabbia di fronte alla constatazione dell’immensa portata della sofferenza degli animali non umani – e a tal proposito vi invito a leggere anche l’illuminante articolo scritto da Riccardo B. di Animal Station: questo – ma non dimentichiamoci che chi ci accusa di essere misantropi, violenti, nazisti ecc. spesso lo fa reggendo in mano la canna del fucile ancora fumante, dalla quale sono partiti proiettli che hanno ucciso uccellini indifesi o con le mani ancora luride del sangue di vittime innocenti sterminate nei mattatoi o torturate sui tavoli dei laboratori dove si effettua la vivisezione.
Se parliamo di violenza definiamo bene cos’è la violenza, allora. Lottare per liberare esseri senzienti dall’oppressione e da una non-vita dentro le gabbie o dal mirino di un cacciatore o partecipare – come mandanti e usufruitori o come diretti aguzzini poco importa – di questo continuo olocausto, invisibile ai più poiché normalizzato e istituzionalizzato, che continua a mietere miliardi di vittime al secondo?  
È vero, io spesso faccio uso di termini che potrebbero apparire esagerati o dar fastidio a molti, nello specifico a tutti coloro che, in maniera del tutto inconsapevole o solo in parte consapevole, partecipano allo sfruttamento degli animali continuando mangiarli, a vestirsi con la loro pelle, a sostenere pratiche cruente come la caccia, la vivisezione o a finanziare spettacoli in cui gli animali vengono privati della loro libertà e addestrati in maniera coercitiva e violenta come i circhi, i delfinari, gli zoo ecc.. 
Uso termini come “tortura”, “sterminio”, “violenza”, “aguzzini” ecc.. 
Bene, vediamo se esagero o meno. 
Catturare animali in natura o allevarli all’uopo per sperimentarci sopra nonequivale forse a torturare? Nei laboratori in cui si effettua la vivisezione(termine valido nella sua estensione, come riportano anche l’encyclopaedia britannica e americana, la Treccani e la De Mauro, in quanto si riferisce a qualsiasi esperimento, anche test di sostanze tossiche o di natura psicologica come la privazione materna, che si effettua su animali VIVI) vengono condotti sugli animali (primati, cani, gatti, anfibi, roditori ecc.) le più svariate tipologie di esperimenti, tra cui: frattura degli arti ostimolazione dei recettori del dolore; inoculazione di ogni tipo di malattie, virus, tumori; metodi per indurre angoscia, paura, stress, rassegnazione, panico quali scosse elettriche, detenzione in apparecchi di contenzione o in strutture particolarmente anguste, costrizione a compiere esercizi logoranti come nuotare o correre fino allo sfinimento; vari metodi di abbattimento come dislocazione delle vertebre cervicali, decapitazione (ho visto io stessaun video raccappricciante che mostra tali metodi); test su pelle, occhi e altre mucose di sostanze altamente tossiche, corrosive e ustionanti; respirazione di veleni e gas altamente nocivi che provocano, oltre a doloriinimmaginabili, gravissimi effetti di tipo neurologico; la lista potrebbe continuare, ma mi fermo qui. 
Non sono torture queste? 
Potremmo adottare anche termini neutri volti appunto a non impressionare o a neutralizzare il reale significato di ciò che esprimono (e spesso è proprio chi ha l’interesse nel minimizzare e nascondere la verità dell’atto che suggerisce l’adozione di una tale neutralizzazione semantica; infatti si parla di “missioni di pace” da parte di stati invadono altri stati, di “eradicazione” di specie per camuffare il reale intento di abbattimento ecc.), ma l’innegabile violenza dell’atto rimane in tutta la sua evidenza. 
Mangiare una bistecca non è forse l’atto finale di un processo che ha visto la prigionia di esseri senzienti e la loro uccisione (con metodi cruenti e affatto indolori: gli animali vengono prima storditi con una pistola, ma lo stordimento non è mai totale ed è finalizzato solo a pompare il sangue dopo lo sgozzamento per far sì che si dissanguino in fretta; essi rimangono coscienti durante l’intero atto del loro sgozzamento e spesso i maiali scivolano nelle vasche di acqua bollente ancora pienamente consapevoli di ciò che sta accadendo; in più assistono alla morte e agonia dei compagni che vengono uccisi prima di loro e provono angoscia, paura, dolore, panico)?
E cosa dire della caccia, degli addestramenti degli animali nei circhi, degli allevamenti e fabbriche di pellicce? 
Non è violenza questa? 
Violenza istituzionalizzata, normalizzata, accettata dalla maggioranza e dalla legge, ma innegabilmente violenza.
No, non siamo esagerati noi animalisti. Noi vediamo solo la realtà che a molti sfugge e ce ne facciamo testimoni. 
Non “Testimoni di Geova” come molti ridicolmente ci chiamano, ma testimoni di tutto questo dolore e morte che lo sfruttamento degli animaliincessantemente miete.  
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