IL GRATTACIELO E LE RIME

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“Callicle: Questo dicevo allora e questo ora ripeto. – Socrate: Ma, secondo te dire “il migliore” equivale a dire “il più forte”? Neppure prima infatti sono riuscito a capire cosa tu volessi dire. E’ forse ai più forti che tu attribuisci l’etichetta di migliori e bisogna che i più deboli obbediscano a chi è più forte, come mi pare tu abbia mostrato anche allora, quando dicevi che gli stati grandi muovono contro i più piccoli seguendo il diritto naturale, poiché sono più potenti e più forti, sottintendendo quindi un’identità di significato fra l’espressione “più potente” , “più forte” e “migliore”? Oppure è possibile essere migliore anche essendo meno potente e più debole ed essere al tempo stesso più potente e più malvagio? O la definizione di migliore e di più potente è la stessa? Fammi chiarezza su questo punto: esiste una identità o una divergenza di significato fra più potente, migliore, più forte? “(dal Gorgia di Platone, pag. 169, Oscar Mondadori 2004)

Mi pare un’ottima introduzione al tema dell’antispecismo in quanto sulla medesima base si è argomentato nel passato (e talora nel presente) nel senso di una presunta inferiorità degli aborigeni: il famoso ed esilarante tema del grattacielo e della rima (antiscientifico sia con riferimento a questi ultimi che con riferimento agli animali non umani). Illuminante al proposito il genetista Barbujani (1)

Non solo l’ antispecismo non è più una utopia, ma un traguardo già raggiunto, almeno a livello di Conoscenza, ovvero di connubio tra etica e scienza: a partire da Darwin attraverso Lorenz, Griffin… fino a Berkoff, De Waal e molti altri etologi contemporanei) è stata dimostrata l’assurdità dell’antropocentrismo da tutti i punti di vista:

Non privo di difficoltà definirci qualii i più intelligenti (http://www.frontiersin.org/human_neuroscience/10.3389/neuro.09.031.2009/full “Finally, if being considered the bearer of a linearly scaled-up primate brain does not sound worthy enough for the animal that considers himself the most cognitively able on Earth, one can note that there are, indeed, two advantages to the human brain when compared to others – even if it is not an outlier, nor unique in any remarkable way. First, the human brain scales as a primate brain: this economical property of scaling alone, compared to rodents, assures that the human brain has many more neurons than would fit into a rodent brain of similar size, and possibly into any other similar-sized brain. And second, our standing among primates as the proud owners of the largest living brain assures that, at least among primates, we enjoy the largest number of neurons from which to derive cognition and behavior as a whole. It will now be interesting to determine whether humans, indeed, have the largest number of neurons in the brain among mammals as a whole”: si noti come pur continuando a cercare “disperatamente” i nostri vantaggi sia definitivamente tramontata la prospettiva di superiorità. Bellissimo il “..considers himself…”, dice tutto), non siamo gli unici ad avere la coscienza (fino a pochi decenni fa si riteneva che gli animali fossero delle macchine biologiche, dotati di mero istinto e con limitatissime possibilità di decisione, privi di una reale coscienza di sé. Gli studi della moderna etologia (da Lorenz in poi) hanno progressivamente sfatato queste credenze per cui oggi è confermato che gli animali siano dotati di sensibilità e intelligenza, o meglio di coscienza, da cui il progressivo affermarsi dei diritti degli animali per via legislativa. Il concetto di coscienza è stato per molto tempo inquinato e manipolato soprattutto in taluni ambiti religiosi (il famoso homunculus dentro di noi) al fine di affermare concezioni antropocentriche dell’universo (già sfatate da Galileo), interpretato quale facoltà spirituale umana posta alla base della possibilità del discernimento del Bene dal Male, che oggi, come altruismo ed egoismo (conosciuti in diverse forme da quasi tutti gli esseri viventi), trovano fondamento in considerazioni del tutto razionali, in ottica evolutiva. Per coscienza si intende oggi la capacità di comprendere ed elaborare le informazioni provenienti dall’esterno (ma anche dall’interno) in una continua attività di problem solving relativamente agli interessi della propria specie, della propria famiglia, di se stessi ovvero degli interessi cui assegniamo di volta in volta priorità, nell’ottica di un progetto e di un fine da perseguire. Coscienza come percezione di informazioni, elaborazione, memorizzazione e uso finalizzato, capacità di apprendimento), non siamo gli unici ad astrarre, non siamo gli unici ad avere una cultura, non siamo gli unici ad avere la tecnica, non siamo gli unici a conoscere morale ed altruismo, non siamo gli unici ad avere un linguaggio simbolico, non siamo gli unici ad avere complesse emozioni. Purtroppo la divulgazione scientifica in Italia è insufficiente e talora superficiale, e non tutti conoscono tali dati di fatto, quale la definizione più sensata di intelligenza, non un singolo processo mentale, quanto una combinazione di molti processi mentali diretti ad ottenere un effettivo adattamento all’ambiente, da cui l’assurdità di paragoni tra specie e specie ( – (Vallortigara) – : “Se assumiamo che l’intelligenza sia la manifestazione di un insieme di capacità adattative, rese disponibili dai processi della selezione naturale, non è difficile accettare l’idea che nel confronto tra le varie specie si possano rintracciare vertici di complessità cognitiva, anche superiori alle nostre stesse capacità, e manifestazioni del tutto anodine, indipendentemente da quanto una specie ci sia vicina o lontana filogeneticamente. Varie specie di corvidi hanno capacità di memoria spaziale di gran lunga superiori alle nostre, i piccioni son più veloci degli studenti universitari a riconoscere immagini ruotate, i giovani scimpanzé hanno una memoria visuo-spaziale di fronte alla quale la nostra impallidisce… Naturalmente noi pure abbiamo le nostre proprie specializzazioni adattative, alcune delle quali non hanno eguali negli altri animali, come ad esempio il linguaggio” (nota di Silvia: anche sulla straordinarietà del nostro linguaggio avrei da ridire: proprio ieri, devo recuperare lo studio relativo, su rai3 è stata presentata una colonia di diverse specie di animali, una decina, che comunicano tra loro (attenzione: stiamo parlando diverse specie che comunicano tra loro) ad esempio per avvisare sull’avvicinamento di un predatore, indicandone il tipo, le dimensioni e varie). Laddove noi spesso non comprendiamo neppure quando il nostro amico cane ha fame.)

Faccio notare come molti gruppi di animalisti facciano leva sulle analogie (spesso vere) con l’uomo (e fanno bene, tenendo conto dell’ignoranza diffusa sul tema) per lottare contro i maltrattamenti sugli animali (se l’animale gioca è segno che è come il mio bambino, se soffre è segno che soffre come me, se è intelligente è segno che per questo è degno di vivere), laddove in realtà si tratta semplicemente, nei limiti imposti dalla sopravvivenza della nostra specie, di far fiorire tutte le vite, piante comprese (si vedano gli studi che Stefano Mancuso ha di recente condotto insieme all’Universita di Bonn), per quanto riguarda la dimensione etica. In quanto noi non siamo il metro di tutte le cose. E di ridurre al minimo, o meglio far scomparire, la sofferenza, che pur sempre rimane il discrimine piú rilevante.

Sulla base dell’adattabilità taluni argomentano con l’esempio (oltre che con quello “appassionato” del grattacielo e della rima: sintetizzando, ciascuno costruisce e astrae a seconda delle esigenze e “interessi” della propria specie!) della medicina, per dimostrare una nostra maggiore capacità di sopravvivenza e quindi adattamento. Lo si potrebbe anche concedere, se questo non venisse “riequilibrato” (a mio personalissimo parere del tutto cancellato) dal fatto, revisioni paritarie alla mano, che abbiamo forse già condotto il pianeta al punto di non ritorno (a scapito non solo della nostra specie) e che siamo tra le pochissime specie ad annientarsi a vicenda su larga scala (si veda bomba atomica e industria bellica, da cui deriva gran parte delle altre conquiste, ivi compresa informatica). Per non parlare della tecnica: Cui Bono? (http://www.oxfamitalia.org/dal-mondo/nuovi-dati-fao-sulla-fame-nel-mondo-uno-scandalo-che-continua)

CUI BONO? Immaginate, ipotesi per assurdo (in quanto come Barbujani ritengo che il QI sia questione prevalentemente e squisitamente politica), che esista un uomo mille volte piu intelligente di tutti altri, che parli meglio, che sappia far meglio di conto, che costruisca meglio, che sappia leggere nel pensiero degli altri, che suoni 10 strumenti, parli 10 lingue, abbia 10 amanti che pendono dalle sue labbra, un conto in banca da paura, un fisico da atleta. Ed immaginate che quest’uomo utilizzi queste sue capacità per soggiogare il resto degli esseri umani. Ammazzarli, sfruttarli, considerarli cose. Deriderli. Diremmo ancora “oh come è intelligente il sig. Albert!” ? Forse si, ma sentiremmo qualcosa come un’unghia sulla lavagna, dentro di noi. Perché qualcosa non quadra. Quando avrete scoperto cosa è che non quadra, avrete anche capito cosa sia l’antispecismo, ladies and gentlemen.
Per quanto riguarda le revisioni paritarie è spesso molto importante riuscire a distinguere quelle che sono valutazioni soggettive o metafisiche dai puri dati a disposizione. E gli studi vanno integrati a vicenda, ad esempio quelli dei neuroscienziati con quelli degli etologi. Questo è possibile soltanto a chi studia seriamente la tematica, e soprattutto non a compartimenti stagni

(1) (liberamente e parzialmente tratto da “Sono razzista ma sto cercando di smettere”, Editori Laterza, di Guido Barbujani, docente di genetica all’Università di Ferrara. Ne consiglio vivamente l’acquisto)

Ci capita ogni giorno di pensare che il tale è intelligente e il talaltro no, e magari spesso ci azzecchiamo, ma se ci riflettiamo un poco su, i confini di un concetto apparentemente così semplice sfumano. Si può essere intelligenti in tanti modi diversi. Se fosse proprio così e solo così, l’intelligenza potrebbe essere avvicinata alla bellezza o alla felicità: caratteristiche che sappiamo riconoscere nel prossimo abbastanza bene, ma che sfuggono ad una valutazione scientifica, cioè quantitativa, perché possiamo valutarle solo soggettivamente. D’altro canto non vi è dubbio che l’intelligenza, qualunque cosa sia, è un prodotto della nostra mente, la quale risiede nel nostro cervello, il quale a sua volta è un organo prodotto nel corso dello sviluppo embrionale dall’azione dei nostri geni, in una complessa interazione con l’ambiente. Insomma, se l’intelligenza dipiende almeno in parte da qualcosa che sta nelle nostre cellule, cioè dai nostri geni, studiarla scientificamente non è impossibile. Certo, è estremamente difficile, ma non ci sono, in linea di principio, ostacoli insormontabili.
Attenzione però: una misurazione è scientifica se è ripetibile. Due diversi ricercatori che studino la stessa quantità, devono arrivare a misure uguali o molto simili, se non vuol dire che nei loro calcoli ci sono elementi di soggettività che bisogna eliminare, pena sconfinare dalla scienza nella pseudoscienza. Ciò che è bello per uno non è detto che sia bello per gli altri, se x sia più felice di y è arduo dirlo. Quanto all’intelligenza, non c’è da stupirsi se, anche in assenza di una buona definizione, ci abbiano provato in tanti a misurarla: è un tema troppo interessante e troppo importante. Inoltre non tutti i problemi complessi possono essere ridotti in una serie di problemi semplici (metodo alla base di tutta la scienza occidentale) per poi essere affrontati con i metodi disponibili, come la storia dimostra. Assistiamo quindi alla nascita della craniometria sino ad arrivare alla psicometria (***), cioè il tentativo di quantificare conoscenze, abilità e in generale aspetti della personalità (positivismo, un’epoca in cui in effetti si prova a misurare un po’ di tutto). In realtà l’intelligenza, anche a prescindere dalla molteplicità delle definizioni, non può essere quantificata senza conoscenze precise su come funzioni il cervello, conoscenze che ancora oggi non possediamo in misura tale da consentire quantificazioni. Eppure i test del QI continuano ad incontrare grande successo. La migliore definizione di intelligenza si trova forse nella Encyclopedia Britannica del 2006:

L’intelligenza non è un singolo processo mentale, quanto una combinazione di molti processi mentali diretti ad ottenere un effettivo adattamento all’ambiente”. Una definizione onesta, necessariamente vaga, che quindi lascia poco spazio alla possibilità di arrivare per qualche scorciatoia a misure semplici, univoche e sensate. Ed infatti nella seconda metà del XX secolo cominciano a farsi strada le teorie multicomponenziali dell’intelligenza. Nel 1993 lo psicologo statunitense Hower Gardner pubblicò il suo libro sulle intelligenze multiple, logico-matematica, linguistica, spaziale, musicale, cinestetica, interpersonale, intrapersonale, naturalistica ed esistenziale, le cui combinazioni eterogenee, variabili da una persona all’altra, caratterizzerebbero il funzionamento individuale.

Per Gardner i test classici del QI darebbero informazioni solo sulle abilità logico-matematiche e linguistiche, trascurando altri aspetti del funzionamento cognitivo globale. E in seguito agli studi di Daniel Goleman (Intelligenza Emotiva) comprendiamo come ad esempio persone con un classico QI inferiore alla media possano avere una vita soddisfacente mentre soggetti dotati di buone capacità logico-linguistiche ma poco capaci di capire gli stati emotivi propri e altrui possano sperimentare notevoli difficoltà di adattamento.

Nella diatriba parallela sull’origine e sull’ereditarietà dell’intelligenza torna poi utile, ancora una volta, la teoria dell’evoluzione. Da quando si è scoperto che il DNA non è l’unico determinante di un certo fenotipo ma che l’ambiente stesso, agendo sui sistemi di regolazione dell’espressione dei geni, può influenzare il substrato biologico e lasciarvi un’impronta perenne, i termini della questione sono cambiati. Barbujani spiega come diversi studi abbiamo dimostrato che l’esposizione a situazioni estreme, per esempio una grave carestia, possa riflettersi in caratteristiche fisiche presenti anche nelle generazioni successive. Questo perché l’ambiente modifica, attraverso cambiamenti epigenetici, il modo con cui certi geni si esprimono: questi cambiamenti sono trasmissibili secondo leggi simili a quelle della genetica classica. Se applichiamo lo stesso modello allo studio dell’intelliegenza otteniamo un paradigma di analisi nuovo, in cui biologia e ambiente tornato ad essere di fatto un’unica cosa. Ereditiamo quindi dei caratteri dai nostri genitori, ma possiamo modificarli tramite l’ambiente esterno e possiamo, a nostra volta, trasmettere le migliorie (ma anche i peggioramenti) alle generazioni future. (*)

Il premio Nobel Renato Dulbecco affermò che a suo parere è l’ambiente a prendere il sopravvento, tant’è che se Bach avesse adottato un trovatello questi avrebbe potuto sviluppare “un istinto musicale superiore alla media. Dal punto di vista scientifico è infatti risaputo che l’ereditarietà riguarda i tratti somatici (forma del naso, colore degli occhi, ecc.). È vero che esistono dei caratteri ereditari che influenzano le capacità intellettive, ma la predisposizione ad attività musicali, pratiche, verbali, è pur sempre un’ereditarietà di carattere fisico, nel senso che le strutture cerebrali possono essere più favorevoli e predisposte allo sviluppo di determinate capacità. È poi l’ambiente, nel quale il bambino cresce, a giocare un ruolo determinante nello sviluppo o meno di quelle capacità. In alcuni casi infatti vi può essere un’ereditarietà positiva non sviluppata a causa di relazioni familiari e ambientali negative e in altri invece si può verificare la situazione di patrimoni ereditari medi o inferiori alla media che possono essere sviluppati mediante l’apporto di positive relazioni familiari..
(***) In “Intelligenza e pregiudizio” il biologo evoluzionista Gould analizzava il quoziente di intelligenza (QI) e il concetto di ingelligenza generale (fattore g), due dei più comuni indici psicometrici. Secondo Gould perché il QI sia davvero un riflesso dell’intelligenza generale bisogna che i risultati dei diversi test cognitivi vadano tutti nella stessa direzione. Inoltre per poter affermare che si tratta di un fattore esclusivamente ereditario bisognerebbe che i risultati ottenuti nei test di intelligenza da persone geneticamente legate tra loro fossero più congruenti di quelli tra persone non imparentate, e questo non accade mai quando si prende in considerazione un campione sufficientemente ampio. Inoltre, e forse soprattutto, una correlazione positiva non è una prova di causalità. Per dirlo direttamente con le parole di Gould, la mia età, la popolazione del Messico, il prezzo del formaggio svizzero, il peso dalla mia tartaruga da compagnia e la distanza media tra le galassie hanno una correlazione positiva elevata. Ciò non significa però che l’età di Gould aumenti per via della crescita della popolazione del Messico o del costo del formaggio svizzero. Dal momento che una correlazione positiva tra il QI di un genitore e quello di un figlio può dipendere sia da fattori ereditari che sociali e ambientali, possiamo affermare che i test psicometrici non hanno alcun valore nel determinare la natura ereditaria dell’intelligenza e di conseguenza la possibilità che questo tratto segreghi geneticamente in base a ipotetiche razze, scrive Gould.

(*) Barbujani in particolare, quando si tratta di capire se e in che misura una caratteristica sia determinate dai geni, e non da tutti gli altri fattori che possiamo genericamente chiamare ambiente, il metodo migliore consiste nello studio di coppie di gemelli univolari cresciuti in ambienti diversi, che sono molto pochi: per esempio, coppie di gemelli separati alla nascita e adottati precocemente da famiglie diverse. Se, fatti i debiti calcoli e correzioni, la statura di queste coppie risulterà la stessa, vorrà dire che la statura è geneticamente determinata; se sarà diversa vorrà dire che c’è una forte componente ambientale. La statura, non sorprenderà, è determinata in buona parte geneticamente, ma in parte anche dall’ambiente. E l’intelligenza? Anche il QI è stato studiato in coppie di gemelli separati alla nascita. L’autore di questi studi è Cyril Burt, uno psicologo inglese insignito del titolo di Sir, i suoi risultati, riportati in molti libri di testo, indicano una correlazione fortissima tra gemelli separati alla nascita, da cui la conclusione che il QI è sostanzialmente ereditario. Conclusione: si nasce stupidi o intelligenti, la scuola non può farci niente. Oggi però sappiamo che quei risultati Cyril se li era inventati, come si era inventato i collaboratori che firmavano gli articoli. Secondo Barbujani i geni definiscono quello che possiamo essere, sia in termini fisici che psichici, quello che siamo in effetti dipende però dalla loro interazione con moltissimi altri fattori, come condizioni economiche e culturali in cui cresciamo, gli stimoli che riceviamo, la maggiore o minore quantità di affetto che scambiamo con chi ci sta intorno. Fattori che hanno una importanza determinante. I rapporti dei geni non solo con l’intelligenza ma con l’insieme di manifestazioni e comportamenti che chiamiamo cultura sono piuttosto labili. Barbujani cita nel testo anche un test di intelligenza condotto durante la prima guerra mondiale, secondo il quale i bianchi nati negli stati uniti avevano una medi appena sopra il livello di ritardo mentale (età mentale 13 anni), gli immigrati europei fra i 10 e 11 anni e peggio ancora i neri, meno di 10 anni e mezzo. Viene da immaginarsi questi severi professori universitari, nota Barbujani, intenti a escogitare un test in base a cui potranno proclamare quello che pensano già comunqe. I bassi QI stimati nei gruppi di immigranti porteranno a leggi (Immigration Restriction Act del 1924) che limiteranno la possibilità di ingresso negli Stati Uniti alle persone provenienti da paesi con bassi livelli di intelligenza.

Silvia Molé

Il grattacielo e le rime :

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=WfGMYdalClU

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