Sperimentazione animale e libertà di cura: basta con demagogia e allarmismo

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di Maria Giovanna Devetag 

Un paio di giorni fa è comparso sul blog di Maria Antonietta Farina Coscioni, Presidente Onorario dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, un appello firmato da lei stessa e da Roberto Caminiti, Professore di Fisiologia della Sapienza e Presidente del Comitato per l’uso degli animali della Federazione delle Società Europee di Neuroscienze (FENS-CARE).

L’appello si accompagna all’invio al commissario europeo Janez Potocnik di quasi 13 mila firme di scienziati, ricercatori, studenti e cittadini italiani, per chiedere che l’Italia si limiti a recepire la Direttiva europea sul benessere degli animali usati a fini di ricerca scientifica senza restrizioni. Il riferimento ovvio è al Decreto legislativo al momento in esame presso il Consiglio dei Ministri, il quale, se approvato, introdurrebbe in Italia alcuni divieti, tra cui il divieto di usare animali per ricerche su sostanze d’abuso e per xenotrapianti.

Puntuale, sulla rete è partito un vero e proprio linciaggio dei “radicali” ad opera di gruppi di animalisti e singoli attivisti. Mi preme quindi innanzitutto sottolineare che l’appello congiunto non mi risulta essere né un’iniziativa di Radicali Italiani né tanto meno del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito. Non risulta, allo stato dei fatti, essere nemmeno un’iniziativa ufficiale dell’Associazione Luca Coscioni dal momento che sul sito dell’associazione non compare nulla in proposito, anche se non è da escludere che nei prossimi giorni l’Associazione vi aderisca, data l’assoluta preminenza della posizione pro-sperimentazione animale al proprio interno.

E’ quindi del tutto fuorviante attribuire ai “radicali” come fantomatica entità monolitica iniziative che invece sono o di singoli esponenti radicali, seppur di rilievo come nel caso dell’ex deputata Farina Coscioni, o di associazioni che a vario titolo formano la cosiddetta “galassia radicale” e suoi addentellati.

A questo proposito, preme infatti ricordare che da circa un anno nel mondo radicale è presente un’associazione antispecista, “Parte in Causa” (www.parteincausa.org), che in merito alla sperimentazione animale sostiene e porta avanti posizioni opposte a quelle finora sostenute dall’Associazione Luca Coscioni.

Riguardo all’appello firmato da Coscioni e Carminiti, mi interessa sottolineare il seguente passaggio che a mio parere merita attenzione per l’uso spregiudicato e scorretto di una retorica demagogica e fuorviante, ancor più grave perché tendente a far leva sull’emotività anziché sul dibattito razionale.

 

Se il decreto legislativo all’esame al Consiglio dei Ministri verrà approvato migliaia di malati si troverebbero “senza rete” e verrebbero condannati, nel migliore dei casi, a “emigrare” in cerca di cure verso quei paesi dove la liberta’ di ricerca non è pregiudicata da campagne demagogiche e strumentali. I vincoli imposti alla ricerca di base incentiveranno ulteriormente la fuga dei cervelli, costretti anche loro a “emigrare” in paesi dove il loro lavoro è apprezzato e non ostacolato, con grave perdita e depauperamento per l’Italia, che già tanto poco investe in ricerca scientifica.”

 

L’argomento riguardante la possibile “fuga di cervelli” non è privo di fondamento, anche se non supportato per ora da alcun dato concreto che dimostri che, a seguito dell’introduzione di alcune misure restrittive sull’uso di animali nella ricerca in alcuni paesi, si sia verificata un’emorragia di ricercatori e scienziati verso altri paesi. Affermazioni così perentorie e allarmiste dovrebbero come minimo venire supportate da qualche evidenza. Senza contare il fatto che l’Italia potrebbe avvantaggiarsi dall’esistenza di una particolare situazione legislativa per diventare leader e polo d’eccellenza nel settore dello sviluppo di metodi alternativi. In ogni caso, chi scrive concorda sul fatto che sarebbe preferibile introdurre restrizioni a livello internazionale o perlomeno comunitario affinché queste abbiano un reale effetto in termini di riduzione significativa nel numero di animali utilizzati e investimenti altrettanto significativi nello sviluppo di metodi alternativi. La parte a mio avviso più grave del passaggio è tuttavia quella riguardante ipotetiche “migrazioni” di malati verso paesi con minori vincoli legislativi al fine di potersi curare. Ritengo gravissimo l’utilizzo di un argomento del tutto falso al solo scopo di suscitare nel lettore una comprensibile paura e, di conseguenza, avversione nei confronti della battaglia contro la sperimentazione animale. La sperimentazione animale riguarda la ricerca di base, cioè quella ricerca volta a comprendere i meccanismi fondamentali di origine e sviluppo delle patologie e del tutto svincolata da applicazioni immediate, e la fase pre-clinica della ricerca volta allo sviluppo di farmaci. La ricerca di base e la ricerca pre-clinica si traducono, in percentuali molto basse e variabili, in farmaci disponibili sul mercato dopo anni se non decenni. Di conseguenza, sostenere che il divieto di praticare xenotrapianti sui roditori si traduca in “cure negate” per i malati di oggi è del tutto falso. Ma ancora più falso e assurdo è il sostenere che il malato dovrebbe emigrare all’estero per curarsi! La ricerca in campo biomedico, così come il mercato dei farmaci, sono realtà globali. Questo significa che un farmaco sviluppato negli Stati Uniti o in Europa, di norma è reso disponibile in Italia nel giro di pochissimo tempo (diverso è il discorso riguardante l’accesso ai farmaci da parte di paesi del cosiddetto “Terzo Mondo”, molto spesso usati dalle case farmaceutiche come bacini di reclutamento di partecipanti ai trial clinici grazie ai costi competitivi e all’esistenza di una minore regolamentazione). Nel campo dell’oncologia, solo per fare un esempio, i protocolli di trattamento dei diversi tumori sono gli stessi in tutti i paesi “avanzati”. Il malato oncologico in Italia riceve il medesimo trattamento chemioterapico del malato oncologico statunitense. Se consideriamo, poi, la possibilità per un malato di poter partecipare a una sperimentazione clinica, questa possibilità, in tempo di globalizzazione e outsourcing dei clinical trial da parte della case farmaceutiche, non è per nulla pregiudicata dalle restrizioni che la legge vuole introdurre riguardo alla ricerca con animali, potendosi benissimo avere il caso di una sperimentazione clinica effettuata in Italia e riguardante un farmaco per il quale la fase pre-clinica di ricerca è stata svolta in qualche laboratorio estero. Inoltre, pare che l’Italia, stando a un recente documento della Società Italiana di Farmacologia, a fronte di una produzione del tutto soddisfacente se paragonata a quella di altri paesi avanzati per quanto riguarda la ricerca di base e pre-clinica (che include quella con animali), soffra di una carenza cronica per quanto riguarda la sperimentazione sull’uomo, che semmai andrebbe quindi incentivata. Evocare “migrazioni” e “viaggi della speranza” a causa dell’introduzione di restrizioni all’uso di animali è quindi del tutto demagogico e tendente soltanto a creare allarmismo e paure ingiustificate. Da parte di chi, da sempre, condanna l’appello all’emotività da parte degli animalisti, l’uso di tale retorica è quanto meno singolare.

Concludo dicendo che, a quanto mi è dato di sapere, le uniche “migrazioni” di malati che si stanno verificando negli ultimi tempi all’interno dei paesi avanzati e che sono destinate ad aumentare se non vi saranno cambiamenti legislativi, sono quelle dei malati la cui condizione potrebbe migliorare grazie all’uso della cannabis e che, specie negli Stati Uniti, si stanno recando con crescente frequenza verso quegli Stati che ne hanno di recente legalizzato l’uso terapeutico o ludico. Una seria battaglia a favore della cannabis medica e per l’antiproibizionismo sulle droghe farebbe molto di più, per i malati, di appelli demagogici e fuorvianti che non hanno alcuna attinenza con la realtà e che sono solo mirati e creare allarmismo e facili consensi nelle fasce di popolazione più sensibili alla disinformazione.

“Parte in Causa” è pronta a fare la sua parte, assieme a tutte le associazioni che vorranno unirsi, nel portare avanti la battaglia per la cannabis terapeutica con ogni mezzo nonviolento a disposizione, in nome della libertà di ricerca e di cura.  

 

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Una risposta a “Sperimentazione animale e libertà di cura: basta con demagogia e allarmismo

  1. Trovo ridicola questa diatriba quando e oramai giunta la necessita di evolvere la farmacologia e la medicina al di fuori dei limiti tediosi ed inutili della sperimentazione animale: l unica fuga di cervelli da temere e semmai da parte di ricercatori annoiati e demotivati da una ricerca antiquata inattendibile e fuorviante sotto il profilo fisiologico, che li rende strumenti di una pianificazione industriale lontana dall interesse per la salute pubblica.

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