Se la caccia fosse un lavoro

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di Filippo Schillaci

Nel novembre 2001 l’allora responsabile regionale umbro delle guardie giurate del WWF Sauro Presenzini, all’indomani di una impressionante serie di incidenti di caccia con esito mortale verificatisi in quella regione denunciò fermamente la caccia come problema di ordine pubblico. Gli rispose, a sostegno delle posizioni dei cacciatori, l’assessore al bilancio del comune di Perugia, Fabio Faina, cacciatore egli stesso, dichiarando che i cacciatori: “non sparano all’impazzata ma seguono regole di comportamento estremamente precise” e che “la percentuale degli incidenti, rispetto al numero dei partecipanti alle battute, è irrisoria” (1). Promiseland Redazione Italia ha realizzato uno studio il cui scopo è quantificare la pretesa “irrisorietà” degli incidenti di caccia attraverso un confronto con un diverso contesto, quello degli incidenti sul lavoro, nonché confrontare il concetto di sicurezza e prevenzione quale è affrontato a livello legislativo nei due diversi contesti.

Quello che segue è un testo riassuntivo di tale studio, che sarà pubblicato in due parti. In fondo a ciascuna di esse troverete il link al testo integrale.

1. Definizione dell’attività venatoria dal punto di vista della sicurezza

Cominciamo col dare una definizione dell’attività venatoria osservata dal punto di vista della sicurezza. Essa in null’altro consiste che nel libero uso di armi da fuoco in luoghi non protetti, siano essi pubblici o privati. Luoghi, in altre parole, in cui chiunque può trovarsi a transitare in qualsiasi momento. La sua principale e intrinseca caratteristica è pertanto la totale promiscuità di spazi con le altre attività umane, sia lavorative (agricoltura e silvicoltura innanzi tutto) che ludiche (turismo, escursionismo ecc.). Notiamo anche che coloro che esercitano tale attività, benché debbano superare a tale scopo appositi esami, null’altro possono essere considerati, nell’uso delle armi da fuoco, che dei dilettanti.

2. Si muore più di caccia o di lavoro?

Si farà riferimento nel seguito ai dati del 2001 in quanto sono i più recenti a nostra disposizione.
Da tali dati risulta che si ha un incidente mortale ogni 3.464.919 giornate lavorative e almeno un incidente mortale ogni 544.186 giornate di caccia. Dal rapporto fra le due ultime cifre si conclude che si muore di caccia almeno 6.37 volte più frequentemente che sul lavoro (rimandiamo al testo integrale, disponibile qui, per un approfondimento sui criteri adottati in tale calcolo).

3. Sicurezza e prevenzione nelle discipline del lavoro e dell’attività venatoria.

La storia della legislazione in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro comincia in Italia nel 1898 con una normativa che stabilisce per il datore di lavoro l’obbligo di stipulare una polizza assicurativa nei confronti del lavoratore. L’ottica in cui viene affrontata la questione era pertanto a quel tempo puramente risarcitoria. Era del tutto assente il concetto di prevenzione.
La successiva evoluzione legislativa ha portato oggi a una regolamentazione costituita da un insieme piuttosto articolato di normative la cui punta più avanzata è il lungo e dettagliato D.L. 626/94, il cui concetto guida è il conseguimento della prevenzione come obiettivo primario in materia di sicurezza sul lavoro. Del tutto superata è pertanto l’originaria ottica risarcitoria: prevenire il verificarsi dell’evento negativo piuttosto che concepirlo come fatalità, lasciare che accada e risarcire a posteriori il danno.
Cosa deve intendersi per prevenzione? Il D.L. 626/94 definisce “prevenzione” “il complesso delle disposizioni o misure adottate o previste in tutte le fasi dell’attività lavorativa per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e dell’integrità dell’ambiente esterno”. Sottolineiamo esplicitamente l’attenzione estesa non soltanto all’ambiente lavorativo ma anche all’ambiente esterno e in particolare alla popolazione.

La norma prevede in particolare tre categorie di funzioni fondamentali e all’interno di ciascuna di esse delle ben precise figure di riferimento, che riassumiamo nella seguente tabella:

Funzioni Figure di riferimento
Obblighi e responsabilità Datore di lavoro, dirigenti, preposti, lavoratori
Consulenza, analisi, soluzioni Servizio di Prevenzione e Protezione e relativo Responsabile, Medico Competente
Rappresentanza dei lavoratori Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza

E’ superfluo qui addentrarsi nell’analisi dettagliata dei compiti attribuiti a ciascuna figura. Ci limitiamo a citarle per evidenziare come la legge concepisca l’attuazione della sicurezza attraverso la prevenzione quale attività continuativa, sistematica e organizzata, non solo attraverso l’attribuzione di compiti specifici ai vari soggetti coinvolti ma anche attraverso la creazione di nuovi soggetti specificamente rivolti a questo compito. Almeno un punto è comunque opportuno sottolinearlo. Il D.L. 626/94 è ritenuto a livello europeo inadempiente rispetto alle Direttive comunitarie di cui costituisce recepimento in quanto per la figura del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione non sono definiti con precisione i requisiti richiesti, come invece è previsto dalle Direttive stesse e come avviene, ad esempio, per la figura del medico competente. Vedremo in seguito il perché di questo rilievo.
Alle figure sopra elencate si aggiungono poi gli organismi di vigilanza esterni. Per l’esattezza sono previsti ben 8 organismi pubblici aventi fra i loro compiti quello di svolgere “attività di informazione, consulenza e assistenza in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro”.

E veniamo ora all’attività venatoria che in Italia è regolamentata a livello nazionale dalla Legge 157/92. Il tema della sicurezza trova spazio in essa in tre articoli: 12, 21 e 25.

L’art. 12 prevede l’obbligo a carico di chi pratica l’attività venatoria di stipulare una “polizza assicurativa per la responsabilità civile verso terzi derivante dall’uso delle armi o degli arnesi utili all’attività venatoria”. Inoltre egli ha l’obbligo di stipulare una polizza assicurativa “per infortuni correlata all’esercizio dell’attività venatoria”. Viene qui citata espressamente l’eventualità di “morte o invalidità permanente”. Il Legislatore dunque riconosce, come del resto è ovvio, all’attività venatoria caratteristiche di alto rischio e riconosce come soggetti esposti a esso non solo coloro che praticano tale attività ma anche persone a essa estranee. Nel contempo tuttavia egli affronta questo aspetto in un’ottica puramente risarcitoria.
La medesima ottica guida l’art. 25, il quale istituisce un “Fondo di garanzia per le vittime della caccia” nei casi in cui il responsabile dei danni non sia identificato o risulti privo di assicurazione per responsabilità civile verso terzi, limitando però il diritto al risarcimento ai “soli danni alla persona che abbiano comportato la morte od un’invalidità permanente superiore al 20 per cento”. Si ribadisce con ciò l’affermazione che l’entità dell’esposizione al rischio, anche per il soggetto estraneo può risultare grave o addirittura letale.
La prevenzione non è esplicitamente trattata in quanto tale (fatto questo particolarmente significativo) ma accorpata, nell’art.21, con altre disposizioni sotto la comune dicitura “divieti”.
Prima di analizzarlo è utile soffermarsi un momento sull’Art.1 comma 2 il quale afferma:

L’esercizio dell’attività venatoria è consentito purché non contrasti con l’esigenza di conservazione della fauna selvatica e non arrechi danno effettivo alle produzioni agricole.

Una omissione colpisce in questa norma, trattando essa di un “esercizio” consistente come detto nell’uso massiccio di armi da fuoco in luoghi promiscui con altre attività umane: che esso non costituisca pericolo per l’incolumità pubblica. Si nota dunque fin dall’articolo iniziale la precisa assenza, nella impostazione di principio voluta dal legislatore, di ogni preoccupazione relativa alla sicurezza e alla prevenzione. E ciò nonostante il fatto che “è chiaro che l’attività venatoria può porre in pericolo la tranquilla convivenza dei cittadini, la loro incolumità, particolari attività da questi svolte, ecc. ecc.”. (5) Quest’ultima frase non l’abbiamo tratta da una pubblicazione ambientalista o animalista ma da un manuale di tecnica venatoria della Federazione Italiana della Caccia, che più oltre citeremo diffusamente. Essa non può dunque certamente essere accusata, per la fonte da cui proviene, di essere viziata da posizioni pregiudiziali o da esagerazioni estremisticamente tendenziose.
Esaminiamo ora il citato art. 21. Per l’esattezza esso prevede il divieto di esercizio venatorio, fra gli altri, nei seguenti luoghi: giardini, parchi, terreni adibiti ad attività sportive, aie, corti o altre pertinenze di fabbricati rurali. Prevede inoltre delle distanze minime da rispettare dai fabbricati (100 m), dalle macchine agricole in funzione (100 m) e dalle vie di comunicazione (50 m), escludendo però da queste ultime le strade poderali e interpoderali. Tali distanze diventano di 150 m qualora si spari in direzione di una delle entità suddette se si usa un’arma con canna ad anima liscia, di una volta e mezza la gittata massima nel caso di uso di altre armi.
Molto interessante è a questo punto riportare un passo del sopra citato manuale della Federazione Italiana della caccia in cui si discute su cosa debba intendersi per “vie di comunicazione” e in particolare “strade”.
Una breve nota preliminare: il detto manuale risale al 1979 e dunque commenta in realtà la preesistente L. 968/77 e non l’attuale L. 157/92 che l’ha sostituita. La seconda infatti null’altro ha fatto, in tema di prevenzione e sicurezza, che riprodurre, pressoché letteralmente, la prima con ciò facendo sì che considerazioni vecchie di quasi un quarto di secolo rimangano oggi di piena attualità. Detto ciò, ecco il passo che qui ci interessa:

“per strada deve intendersi quella via di comunicazione che è percorribile (salvo fatti eccezionali) in ogni stagione dai veicoli ordinari. (…) La legge poi non impone il rispetto della fascia di m. 50 di distanza da quelle strade, che pur avendo i requisiti di transitabilità sopra detti (…) siano poderali o interpoderali; per poderale si intende quella strada che pur partendo da una strada pubblica, porta ad una unità poderale, servendo normalmente ad un numero limitato di persone addette a quel podere (anche se ivi possono passare altre persone per recarsi alla relativa casa), e lì si fermi senza proseguire; per interpoderale si intende quella strada che pur partendo da una strada pubblica, serve più unità poderali, congiungendo un immobile ad altri, ma poi sempre terminando senza sfondo alcuno.
Se al contrario questa strada, pur partendo da una strada pubblica e congiungendo diverse unità poderali, prosegue riallacciandosi ad altra strada pubblica, ecco che questa serve ad un numero indeterminato di persone e come tale rientra nel raggio del rispetto di m. 50 per l’esercizio venatorio.
In altre parole le strade senza sfondo non sono tutelate dalla legge, in quanto assai meno frequentate.

Uno dei pochissimi (due soltanto) punti di diversità fra fra l’abrogata L.968/77 in vigore a quel tempo e l’attuale L.157/92, in materia di prevenzione è che l’art. 20 della prima consentiva alle autorità territoriali competenti di “vietare temporaneamente la caccia nelle zone interessate da intenso fenomeno turistico”. In proposito sul citato manuale si legge: “la esigenza del divieto (…) è così evidente che non necessita di commento alcuno”. Tale previsione tuttavia non è stata ribadita nella vigente legislazione statale che su questo punto è riuscita a essere pertanto addirittura peggiorativa della precedente. A tale proposito è interessante una piccola digressione poiché “una recentissima sentenza del Consiglio di Stato ha riconosciuto il potere del Sindaco di vietare la caccia per un limitato periodo di tempo ed in una zona circoscritta, con ordinanza ben motivata contingibile ed urgente per motivi di polizia locale, a tutela della pubblica incolumità” (6). In essa fra l’altro si legge:

Non sono solo i cani a creare pericolo per l’incolumità, né è sufficiente la particolare competenza dei cacciatori, ad impedire l’errore umano nell’uso delle armi, errore che può essere fatale in situazioni di particolare affollamento della zona a causa della presenza di turisti.

Rilevante notare che con tale sentenza si respinge un ricorso presentato dalla Federazione Italiana della Caccia, la stessa Associazione Venatoria che ha curato la redazione di quel manuale in cui l’esigenza del divieto veniva come già detto definita “così evidente che non necessita di commento alcuno”, la qual cosa dovrebbe indurre ad approfondite riflessioni circa l’aderenza fra le dichiarazioni di principio e la pratica attività del mondo venatorio o di almeno parte di esso.

Torniamo ora al nostro discorso principale: da quanto sopra detto emerge un elemento di fondamentale importanza: il singolo cittadino non è tutelato – col che intendiamo: non è oggetto di tutela preventiva – in quanto tale bensì solo in quanto “immerso” in una rilevante collettività (la strada su cui egli transita deve essere “molto” frequentata, il fenomeno turistico deve essere “intenso”). Esempio concreto: una persona che lasci una via pubblica per incamminarsi lungo il viottolo che conduce alla propria abitazione di campagna è da quell’istante al di fuori di qualsiasi tutela preventiva di legge e deve pertanto ritenersi potenzialmente esposto (sia pure “accidentalmente”) al tiro di colpi d’arma da fuoco. Salvo poi ottenere ciò che per legge è da intendersi un “giusto” indennizzo, per sé se gli va bene, … per i propri beneficiari testamentari se gli va male.
Notiamo ancora il sussistere di una diretta conseguenza di questa impostazione su un piano che non crediamo sia esagerato definire dei diritti umani. Qualora infatti si voglia garantire la condizione di tutela preventiva della sicurezza, la L. 157/92, per il solo fatto di consentire l’attività venatoria, impone inaccettabili limitazioni alla libertà del cittadino, costretto, se vuole mantenersi al sicuro, alla reclusione all’interno dei fabbricati o, se è un lavoratore agricolo, delle macchine operatrici. Chi non volesse soggiacere a tali limitazioni si troverebbe nella condizione di soggetto esposto a rischio: a quel non trascurabile rischio che è il tiro di armi da fuoco, con la sola tutela della normativa risarcitoria, vedendo cosí gravemente violato il suo diritto alla sicurezza.
Non solo, ma una tale impostazione ci pare anche in contrasto con l’art. 32 della Costituzione Italiana secondo il quale “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività”, potendo il concetto di sicurezza intesa come tutela della propria incolumità fisica rientrare nel più ampio novero della tutela della salute. Nella vigente legislazione venatoria è palesemente mancante l’elemento della tutela della salute come “diritto dell’individuo”. La tutela è garantita, ripetiamo, solo nei confronti della collettività.

Riassumendo: il concetto di prevenzione quale è elaborato nella legislazione venatoria è estremamente rudimentale prevalendo in essa, come visto, l’impostazione risarcitoria, legata, anche qui, al concetto di “incidente” come effetto di imprevedibile fatalità piuttosto che strettamente legato a fonti di pericolo e condizioni operative intrinseche all’attività svolta. E in questa direzione è ancor oggi orientato anche il senso comune.

Un ulteriore punto da notare è che l’art. 12 impone un limite minimo di età per il conseguimento della abilitazione all’esercizio venatorio (18 anni) ma non un limite massimo. Ciò conduce a conseguenze a volte addirittura grottesche. Durante l’ultima stagione venatoria infatti fra coloro che sono stati autorizzati a imbracciare un fucile nelle campagne italiane c’è stato anche un uomo di 100 (cento) anni compiuti (7). Riteniamo superfluo commentare il fatto. Né è da ritenersi un caso isolato. In provincia di Brescia ad esempio “hanno avuto il tesserino anche quattro ultra novantenni e 136 ultra ottantenni. Ben 1.985 i cacciatori con oltre settant’anni.” (8).

Un’ultima nota la rivolgiamo al regime sanzionatorio che nel D.L. 626/94 è fortemente spostato sul versante penale (delle 13 sanzioni previste 12 sono penali e una sola amministrativa), a prescindere dal fatto che specifiche mancanze nell’attuazione degli obblighi relativi alla prevenzione si siano o meno tradotte in un effettivo danno alle persone. Il solo fatto di non aver posto in atto una misura di prevenzione è visto come reato penalmente perseguibile.
Nella L.157/92 le sanzioni relative a violazioni degli obblighi relativi alla sicurezza sono esclusivamente amministrative: in poche parole sparare un colpo d’arma da fuoco a distanza ravvicinata contro una abitazione (e dunque contro i suoi occupanti) è ritenuta dal Legislatore mancanza appena un po’ più grave del parcheggiare in divieto di sosta. Solo qualora l’atto procuri danni reali scattano le conseguenze penali. Come era nel campo della sicurezza sul lavoro prima delle più recenti evoluzioni legislative.

Concludendo relativamente alla L. 157/92, notiamo esplicitamente come essa nasca in anni che vedono importanti innovazioni legislative in tema di sicurezza del cittadino (e primo fra tutti il definitivo abbandono del concetto di incidente come fatalità): il ripetutamente citato D.L. 626/94 in tema di sicurezza sul lavoro e la L. 46/90 in tema di impiantistica: norme capillari e dettagliate fino al limite (peraltro ben comprensibile) della pignoleria (10). Ancor più singolare e stridente risulta pertanto il fatto che essa sia ferma a una impostazione che nella sicurezza sul lavoro era tipica come abbiamo visto della legislazione di un secolo prima. Nel seguito cercheremo di comprendere le ragioni di questa “immobilità” della legislazione che regolamenta l’attività venatoria in merito alle questioni relative alla sicurezza e ci domanderemo soprattutto se tale immobilità sia riformabile o non piuttosto “fisiologica” ovvero strettamente legata alla natura dell’attività venatoria stessa.

4. Valutazione quantitativa dei rischi connessi all’attività venatoria.

Per comprendere a contraddittoria, arcaica arretratezza della L. 157/92 rispetto alla contemporanea regolamentazione della sicurezza in altri, meno controversi campi, fingeremo nel seguito che la caccia sia una attività lavorativa e che pertanto rientri nell’ambito di applicabilità del D.L. 626/94 che regolamenta la prevenzione e la sicurezza sul lavoro. Proveremo innanzi tutto a effettuare una valutazione quantitativa del rischio connesso alla caccia. Il punto di partenza per ogni valutazione di rischio è ovviamente l’identificazione delle fonti di pericolo che quel rischio determinano.

Nel nostro caso la fonte di pericolo è rappresentata ovviamente dalle armi da fuoco. Importante notare che il rischio collegato a qualsiasi fonte di pericolo è strettamente connesso alle condizioni operative in cui essa entra in gioco. E’ chiaro che l’utilizzo di un fucile all’interno di un poligono di tiro, con il tiratore in piedi su una pedana antisdrucciolo, la visuale libera e l’area di tiro recintata presenta un rischio estremamente inferiore all’uso dello stesso fucile su terreni di campagna o boschivi, non di rado irregolari, scoscesi o sdrucciolevoli e per di più in spazi promiscui con altre attività umane e dunque senza alcuna certezza che l’area di tiro sia sgombra. Queste ultime, ripetiamolo e sottolineiamolo, sono le condizioni in cui si svolge l’attività venatoria.

Il rischio viene definito quantitativamente come il prodotto della probabilità che si verifichi l’incidente per l’intensità del danno che da esso consegue e viene quantificato secondo una scala di valori che va da 1 a 16. Qualora la valutazione del rischio rilevasse in una azienda valori compresi fra 9 e 16 il datore di lavoro avrebbe l’obbligo di porre in atto le opportune misure di prevenzione e protezione in maniera indilazionabile (cioé: o subito o adesso) andando incontro, qualora non lo facesse, a severe sanzioni penali.

Esistono ovviamente ben precisi criteri sia per la valutazione della probabilità dell’incidente che dell’intensità del danno. Applicandoli all’attività venatoria abbiamo ottenuto un valore del rischio a essa connesso pari a 16: il valore massimo della scala.

In particolare, a proposito della valutazione dell’intensità del danno conseguente all’incidente di caccia, abbiamo riscontrato che quando avviene un incidente nell’attività venatoria la probabilità che esso sia mortale è 297 volte maggiore che negli incidenti sul lavoro. Un dato questo che crediamo meriti la massima considerazione.

5. Prevenzione, protezione e loro conseguenze sull’esercizio venatorio.

Constatato dunque lo stato di assoluta illegalità ipotetica dell’attività venatoria qualora la si assimilasse fittizziamente a una attività lavorativa e stabilita pertanto l’indilazionabilità di misure correttive, vediamo quali esse possano essere, distinguendo fra misure di prevenzione e di protezione.

5.1 Misure di prevenzione.
Una cosa è certa dopo quanto si è esposto: la vigente legislazione in materia venatoria non ci guida minimamente nella loro elaborazione, per cui è altrove che dovremo cercare dei punti di riferimento. Paradossalmente essi ci vengono dai manuali di tecnica venatoria. Faremo riferimento nel seguito nuovamente a quello edito dalla Federazione Italiana della Caccia nel 1979 (11), anteriore dunque di 13 anni alla L.175/92. Riteniamo significativa questa cronologia, emblematica di come la Legge non abbia neppure recepito preesistenti acquisizioni tecniche, e non certo di parte abolizionista.

Si possono distinguere misure attuate sulle procedure (cioè sui comportamenti), sugli attrezzi (in questo caso l’arma da fuoco) e sull’ambiente in cui si svolge l’attività (in questo caso boschi e campagne).

Si può senz’altro escludere quest’ultimo punto in quanto, essendo la caccia attività che si svolge sul campo, l’ambiente è a priori non soggetto ad alcuna controllabilità. Per quanto riguarda il secondo punto, la “sicurezza delle armi”, il concetto stesso risulta internamente contraddittorio essendo un’arma un oggetto il cui scopo è quello di procurare un danno. Rendere un’arma “sicura” equivale a renderla inoffensiva, dunque ad annullarne la funzione.

Rimane dunque il primo punto, i comportamenti. Proprio a questi ultimi è rivolto gran parte dello spazio dedicato alla prevenzione degli incidenti nel manuale sopra citato.

Il paragrafo relativo alle “Norme generali” comincia con alcune affermazioni estremamente interessanti:

“Qualcuno ha detto che il fucile lo carica il diavolo. E’, questa, una frase che riassume in modo colorito ed efficace tutta la pericolosità delle armi ma che sottintende come l’effettiva pericolosità non risieda tanto nell’arma in sé quanto nel comportamento, spesso irrazionale, dell’uomo.
Negli incidenti di caccia la fatalità ha un ruolo veramente marginale e viene spesso invocata soltanto per giustificare maldestramente ben diverse cause e responsabilità.

Qui vediamo enunciati alcuni principi estremamente evoluti in merito alla sicurezza, benché accompagnati da alcune contraddizioni. Nel primo capoverso viene enunciata la differenza fra fonte di pericolo e rischio effettivo, tuttavia con riferimento a quest’ultimo, si suggeriscono come cause “comportamenti irrazionali” (senza dubbio massicciamente presenti) ma non si fa alcun riferimento esplicito al sussistere di intrinseche condizioni operative determinanti il rischio. Importante è anche il secondo capoverso in cui si prendono radicalmente le distanze dal concetto di incidente come fatalità.

A questa introduzione seguono 20 norme di prudenza (4 pagine enfatizzate mediante scrittura in maiuscolo). Analizziamone le principali, valutandone la effettiva attuabilità.

Possiamo intanto suddividerle in due gruppi a seconda che si tratti di norme relative ai comportamenti atti a conseguire la prevenzione di incidenti nel porto dell’arma o nell’atto dell’uso della medesima.

Cominciamo ad analizzare le norme del primo gruppo. C’è intanto un insieme di raccomandazioni improntato al più elementare e intuitivo buon senso e soprattutto di facilissima attuabilità: evitare sempre di rivolgere le canne del fucile verso le persone, evitare di portare il fucile a bilanciarm, evitare di lasciare il fucile carico appoggiato a un albero poiché può con facilità cadere e non è detto che il colpo non parta, nell’attraversare un bosco proteggere i grilletti mettendo la mano sopra il ponticello. Nonostante l’ovvietà di tali orme si riscontra quasi in ogni annata venatoria la presenza di incidenti causati dal mancato rispetto di esse e in particolare delle ultime due. Si tratta comunque di incidenti provocati in questo caso da mancanza individuale, non da una intrinseca inattuabilità della prevenzione.

Sempre al primo gruppo appartiene la seguente norma:

“Non esiste una posizione di sicurezza per portare il fucile da caccia: tutto dipende dalle caratteristiche del terreno, dalla posizione dei compagni di caccia o di altre persone ecc. ecc.”

In essa si afferma di fatto la dominanza dell’ambiente nel determinare il livello di sicurezza e dunque, stante la già detta non assoggettabilità a controllo dell’ambiente stesso, si afferma l’ineliminabile aleatorietà di tale livello.

Passiamo ora al secondo gruppo di norme, relative alle modalità d’uso delle armi. Notiamo che sono questi ultimi, nella quasi totalità, i casi in cui si hanno incidenti coinvolgenti terze persone.
Le prime due fra esse riguardano la caccia “di gruppo”:

“Evitare di recarsi a caccia in brigate numerose: in questo caso è praticamente impossibile conoscere le posizioni degli altri: non siate mai in più di due o tre cacciatori, e segnalatevi sempre le rispettive posizioni

Cacciando in battuta agli ungulati, evitare nella maniera più assoluta di abbandonare la posta assegnata, o anche di gironzolare attorno ad essa fino a che la battuta non ha termine: sparare rigorosamente solo entro l’angolo di tiro assegnato dal capocaccia.

Durante la stagione venatoria 2001/2002 si ebbe notizia di una battuta al cinghiale in Umbria cui partecipavano addirittura 50 persone. La battuta si concluse con un incidente mortale.

La prima di queste due norme è da intendersi probabilmente con riferimento a cacce non organizzate. La caccia agli ungulati si effettua sempre in squadre i cui membri superano di gran lunga il numero di 2 o 3 suggerito sopra. Si tratta tuttavia di situazioni in cui esiste una figura di coordinatore, il capocaccia, che definisce si presume rigorosamente posizioni e angoli di tiro di ognuno. Il capocaccia tuttavia non è una figura definita per legge, non almeno a livello nazionale. Per l’esattezza “Le disposizioni sulle responsabilità del caposquadra nelle battute al cinghiale, o sui cartelli di avviso, o sulle pettorine o abbigliamento dai colori appariscenti, sono variegate e non omogenee, e discendono non da leggi dello Stato ma, principalmente, da regolamenti provinciali e regionali che disciplinano più in dettaglio tali cacce. In molte realtà tali accorgimenti non sono neppure obbligatori” (12). In mancanza di specifiche normative a carattere locale dunque il capocaccia è semplicemente un cacciatore ritenuto particolarmente esperto per opinione comune degli altri partecipanti alla battuta. Egli non deve superare esami particolari, non è tenuto a possedere requisiti specifici. Eppure dalla sua competenza dipende spesso la vita di esseri umani. Si confronti tutto ciò con quanto detto nel Par. 3 a proposito della genericità con cui il D.L.626/94 definisce i requisiti del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione e le conseguenze di ciò a livello europeo e si comprenderà quale abisso di diversità in termini di rigore esista fra i due diversi contesti.

Una ulteriore norma riguarda il concetto di visibilità:

“Astenersi sempre dallo sparare a un selvatico se non si ha dinanzi a sé la massima visibilità, ricordando sempre quanto già detto: se un pallino a 100 metri non abbatte un selvatico, può sempre accecare una persona! Se un selvatico si leva in terreni cespugliati ad altezza di uomo, astenersi in ogni maniera dallo sparargli: sulla traiettoria dei pallini può sempre esservi un essere umano! Non sparare mai contro frasche che si muovono! Sicuramente quel movimento non è provocato da un selvatico, ma da una persona o da un animale domestico.”

Interessante notare che moltissimi incidenti, e fra i più gravi, accadono proprio per la violazione di questa norma. Durante la stagione venatoria 2002/2003 un cacciatore uccise, in simili circostanze, addirittura il proprio fratello. D’obbligo domandarsi come mai quello che dovrebbe essere un comportamento intuitivo per chiunque (non sparare alla cieca) viene invece così spesso accantonato nell’attività venatoria.

La risposta è che le condizioni di piena visibilità nelle campagne e ancor più nei boschi si verificano molto di rado. Per l’esattezza si verificano esclusivamente nel caso di terreni prevalentemente o totalmente pianeggianti coperti da vegetazione molto bassa per una estensione pari a tutto il campo di tiro. Cioè in una percentuale assolutamente esigua dei terreni soggetti all’attività venatoria. Il cacciatore che spara senza avere una chiara idea di cosa (e chi) andrà a colpire dunque non è da intendersi come uno sconsiderato che nel premere il grilletto in quelle condizioni compie un gesto irresponsabile. Egli in un non trascurabile numero di casi si trova a dover inevitabilmente agire in quel modo, pena il fallimento della giornata di caccia. Se mai si potrebbe concludere che il gesto irresponsabile egli lo ha compiuto a monte, quando ha richiesto la licenza di caccia.

Ancora una considerazione legata al concetto di visibilità: il lettore più attento e consapevole avrà notato che fin qui nessuna menzione è stata fatta di un fenomeno atmosferico che su di essa, come è noto a chiunque, incide pesantemente: la nebbia. E’ noto a chiunque ma non, a quanto pare, al Legislatore venatorio. In nessuna sua parte la L.157/92 prevede infatti divieti o limitazioni di sorta all’attività venatoria in caso di nebbia.

Una ulteriore norma è relativa alla presenza di ostacoli sulla linea di tiro:

“Non sparare contro muretti, contro rocce, contro terreni sassosi; i pallini rimbalzano sempre prendendo le più imprevedibili direzioni; ciò avviene, anche se la cosa a molti può apparire impossibile, anche sull’acqua.”

Nonché, aggiungiamo, anche a opera delle fronde di un albero. L’esercizio venatorio avviene pertanto in moltissimi casi in presenza di condizioni ambientali in cui il rimbalzo, dunque la perdita di controllo della traiettoria dei pallini, è una eventualità altamente probabile.

La norma successiva ricorda le già citate e discusse disposizioni di legge in materia di distanze da abitazioni ecc., già in vigore a quel tempo. Si noti che essa è l’unica richiamante disposizioni di legge, l’unica ad essere pertanto a tutti gli effetti una “norma”. Tutte le altre hanno valore di pure e semplici raccomandazioni. La loro violazione non era nel 1979 e non è a tutt’oggi, reato né infrazione.

L’ultima norma infine non aggiunge nulla di nuovo alle precedenti ma ha il solo compito di enfatizzarne, anche emotivamente, l’importanza. E’ istruttivo riportarla integralmente.

“Prudenza, prudenza, prudenza! Ogni anno si verificano incidenti, di cui alcuni mortali, nell’esercizio della caccia. Colui che è prudente, colui che è doppiamente prudente, colui che è tanto prudente da apparire pignolo non è mai ridicolo, ma dimostra di essere persona di coscienza, perché nella stragrande maggioranza dei casi gli incidenti di caccia sono dovuti ad una imprudenza”.

Ad una imprudenza certamente. Quanto evitabile o non piuttosto connessa alle condizioni intrinseche in cui la caccia si svolge, come abbiamo visto, è un altro discorso. Rimane, di questo passo, l’enfasi estrema posta sull’immensa pericolosità dell’esercizio venatorio. Sull’imperativo triplamente iterato a una prudenza attuabile, come abbiamo visto, aleatoriamente e tutt’altro che con razionale sistematicità.

5.2 Misure di protezione.
Si intendono per dispositivi di protezione quei dispositivi che garantiscono la sicurezza in condizioni impreviste oppure previste ma non normali. Essi si distinguono in dispositivi di protezione individuale (DPI) e collettiva.
Ci si rende conto immediatamente che sull’argomento, con riferimento alla caccia, c’è ben poco da dire. Dispositivi di protezione collettiva non si sa immaginare quali possano essere. Quanto ai DPI, si giunge all’ovvia constatazione che esiste un solo tipo di tali dispositivi atto a fungere da protezione contro le armi da fuoco: il giubbotto antiproiettile (classificabile fra quelli definiti nel D.L. 626/94 ““Indumenti di protezione contro le aggressioni meccaniche””). Ed è ovviamente impensabile ritenere che tutti i soggetti esposti, ovvero chiunque transiti o sosti in un territorio aperto alla caccia, debba dotarsene. Inoltre questo “DPI” fornisce una protezione soltanto parziale: un non trascurabile numero di incidenti effettivamente verificatisi avrebbero avuto esito analogo anche se la vittima avesse indossato il giubbotto antiproiettile in quanto colpita in parti che esso lascia scoperte (testa, arti).

6. Considerazioni sulla vigilabilità e sulla vigilanza dell’attività venatoria.

Un altro elemento che gioca un ruolo attivo nell’attuazione della prevenzione è la controllabilità dell’attività a rischio. Nel già citato manuale è riportata con estrema evidenza la frase: “I comportamenti non prudenziali sono purtroppo facilmente riscontrabili sul terreno di caccia”, frase che smentisce in maniera eclatante, per la fonte da cui proviene, l’affermazione di Fabio Faina riportata all’inizio di questo articolo. Ed è anche facile comprendere il perché della frequenza di tali comportamenti “non prudenziali”. Una attività confinata in spazi limitati e ben definiti è intuitivamente maggiormente controllabile di una attività territorialmente “distribuita” su ampi spazi. Quando poi questa attività è tale da interessare di fatto una parte rilevante del territorio nazionale, si comprende come il suo grado di controllabilità sia minimo. Una tale situazione si presta inevitabilmente al proliferare di comportamenti anomali con conseguente ulteriore degrado dei livelli di sicurezza. E’ risaputo oltre tutto che anche il più rigido dei sistemi sanzionatori risulta tanto più inefficace quanto più bassa è la probabilità che la sanzione venga comminata. Nel caso dell’attività venatoria questa probabilità è, per sua intrinseca natura, bassissima.

8. Conclusioni relativamente alla situazione presente.

Si constata dunque come l’unica efficace misura di prevenzione razionalmente attuabile sia quella di limitare la caccia ai casi descritti a commento della norma del citato manuale relativa alla visibilità. Il che poi equivale a vietarla quasi ovunque. E si comincia con ciò a comprendere le ragioni della arretrata impostazione della L.157/92 in tema di sicurezza: applicare a questo aspetto della caccia una evoluzione legislativa analoga a quella verificatasi in altri campi significa di fatto por fine alla caccia.

E questa constatazione se ne porta dietro un’altra: la caccia è attività per sua intrinseca natura incompatibile con i moderni principi che vedono nella salute e nella sicurezza del cittadino un valore primario e irrinunciabile. Essa nasce in epoche remotissime e si svolge fin dalle sue origini secondo modalità affini alla guerriglia, né ha subito né può subire sostanziali evoluzioni se non in funzione della tecnologia degli attrezzi (dalla “clava” alla carabina) rimanendo tuttavia immutata, di questi ultimi, anzi essendo amplificata dal progredire della tecnica, la intrinseca caratteristica di strumenti atti ad offendere. La caccia attraversa con ciò immutata gran parte della storia umana come lo squalo ha attraversato immutato un lungo arco di evoluzione biologica, rimane impenetrabile alla sempre maggiore attenzione che lo Stato rivolge non solo alla tutela dell’ambiente ma anche come detto alla tutela della sicurezza e della salute del cittadino, intrinsecamente estranea a tali concetti proprio perché è storicamente anteriore (e di molto) alla loro nascita e opera secondo modalità con essi incompatibili. Perché la caccia continui a sussistere la legislazione attinente deve a sua volta rimanere estranea a tali concetti, e al secondo soprattutto, deve ignorare il fatto che essi vengano sempre più acquisiti in ogni altro campo, deve in altri termini divenire un anacronismo, una aberrazione giuridica.

E’ dunque lo stesso evolversi interno della società umana che, non solo a livello di costume ma anche a livello giuridico, pone la caccia, e relativa legislazione, sempre più ai margini, sempre più estranea, sempre più improponibile. E ciò a prescindere da motivazioni ulteriori quali possono essere quelle di stampo ambientalista o etico-animalista che in questo studio, come si è visto, non sono state nemmeno sfiorate.

9. Prospettive future.
Nel momento in cui scriviamo (giugno 2003) sono in discussione in Parlamento varie proposte di legge, quasi tutte provenienti dal Centro-Destra, tendenti a una massiccia liberalizzazione dell’attività venatoria e pertanto a una ulteriore involuzione della situazione sopra descritta. Con riferimento all’insieme di tali proposte l’opposizione di Centro-Sinistra ha emesso il 26 marzo 2003 un comunicato unitario di contenuto fortemente critico, in cui ancora una volta si nota un’assenza: il problema dei livelli di rischio insiti nell’attività venatoria non viene nemmeno sfiorato.

Il documento citato prosegue elencando in 8 punti le proposte alternative del Centro-Sinistra, le quali difendono totalmente, nella sua versione attuale, la L.157/92, definita “innovativa”. Anche qui nessun riferimento al problema della sicurezza (17).

Su questa strada l’unica realistica previsione che si possa fare per il futuro è quella sintetizzata chiaramente ed efficacemente nella frase conclusiva di un recente comunicato stampa di Claudio Locuratolo, presidente della sezione laziale della Lega per l’Abolizione della Caccia: «Più piombo per tutti» (19).

Per ulteriori approfondimenti si veda: Se la caccia fosse un lavoro (testo integrale), al quale si rimanda, fra l’altro, per le note cui fa riferimento il presente testo sintetico.

articolo pubblicato sul sito della LAC (link all’articolo originale: http://www.abolizionecaccia.it/notizie/dicacciasimuore/se-la-caccia-fosse-un-lavoro.html)

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