Recensione di “Un pianeta a tavola” di Filippo Schillaci

Immagine

di Barbara Balsamo

(Ripubblichiamo la seguente recensione apparsa sul n. 6 di “Animal Studies: rivista italiana di antispecismo”)

Un pianeta a tavola offre un’analisi puntuale e documentata dei danni molteplici e irreversibili che il sistema di mercato, le multinazionali, le industrie zootecniche e agroalimentari causano agli animali, al pianeta, all’essere umano. Danni che sono riconducibili alle nostre abitudini alimentari e hanno come matrice comune il cibo che produciamo, distribuiamo, acquistiamo, mangiamo, sprechiamo. Il libro è suddiviso in tre parti. Nella prima, “qui e adesso”, viene fotografata la insostenibile e allarmante realtà del presente, costituito da meccanismi produttivi industriali vincolati gli uni agli altri, interdipendenti che si intrecciano all’interno di un sistema complesso di equilibri dove tutto si tiene generando distruzione e danni irreversibili. Passiamo dai dati sulla zootecnia a quelli sulla pesca, alle coltivazioni intensive e estensive e alle deforestazioni, al degrado in cui versano i lavoratori del settore e l’enorme, abnorme, universo industriale vincolato allo sfruttamento animale. La seconda parte si apre con una citazione di J. S. Foer, “se cambia il nostro modo di mangiare cambia il mondo”. È in questa frase che risiede il senso profondo del libro, non per promuovere semplicisticamente l’adesione a uno stile di vita alternativo ma per mostrare come il cibo sia il reale obiettivo principe del sistema industriale che causa i maggiori danni ambientali e sociali e sia assolutamente centrale nell’esistenza degli individui sociali. “Un’altra storia”, passa in rassegna le varie possibili strade del cambiamento sostenibile proposte attualmente dalla nostra società, il biologico, il km zero, i gas, il no ogm, ecc… Ne emerge un quadro che – seppur con aspetti positivi (ad esempio le micropratiche produttive) – solo in apparenza prende atto della situazione globale poiché in sostanza non cambia di molto lo stato delle cose anzi falsa la questione a monte impedendo alla società stessa di prepararsi ad un vero, significativo cambiamento di rotta. Appare evidente allora che un concreto cambiamento delle società risieda nell’abolizione di ogni forma di allevamento, della pesca, della produzione agricola industriale. Con questo obiettivo, nella terza e ultima parte – “la quarta variabile” – Schillaci illustra come proprio lo studio del significato del cibo nella società sia utile alla comprensione delle dinamiche sociali di resistenza al cambiamento e al contempo una possibile via risolutiva. L’autore sceglie abilmente contributi di pregio, come quello di Marco Maurizi. Le scelte alimentari non sono determinate a livello individuale bensì collettivo, si tratta di identità culturali. Questo è il motivo principale per cui appare tanto difficile che l’onnivoro veda l’evidenza lampante dell’impatto devastante del cibo di origine animale, questa la ragione per la quale si incontrano resistenze continue. Ecco perché “nel parlare delle interazioni reciproche fra individuo e gruppo di appartenenza, i concetti di scelta, decisione, hanno un ruolo assolutamente minoritario; esse sono dominate piuttosto da automatismi che scavalcano o inibiscono le capacità di analisi critica dell’individuo” (p. 342). In questo modo si snoda, per tutto il resto del libro, un’analisi sociologica, antropologica e psicologica delle società, delle strutture di dominio, dei condizionamenti materiali e simbolici, della loro genesi. Schillaci suggerisce una nuova via partendo dall’osservazione presente, dal degrado allarmante del pianeta, dagli animali, dagli ecosistemi, dagli stessi esseri umani e dalle relazioni sociali, passando per le possibili proposte alternative, fino alla consapevolezza che al di là degli aspetti materiali, oggettivi e comprovati da dati, statistiche, analisi, ne esistono altri simbolici ben più forti e radicati. Questo libro analizza come il sistema di dominio nel quale nostro malgrado ci troviamo a vivere sia un sistema perverso e distruttivo, fondato sulla crescita sfrenata, sull’usurpazione e industrializzazione della natura. Nonostante questa evidenza lampante la società finge di cercare e individuare soluzioni efficaci che purtroppo rimangono parziali e pressoché inutili. La soluzione concreta risiede in un cambiamento radicale delle nostre abitudini alimentari, abolizione dei cibi di origine animale, che però è difficile da proporre e mettere in pratica come scelta individuale poiché la nostra società non è razionale bensì simbolica, le nostre relazioni seguono percorsi psichici collettivi, potenti e ancestrali, per questo, difficili da estirpare. In questo contesto la scelta individuale si presenta come la lotta di Sisifo.

Cosa fare dunque? La risposta risiede proprio nella relazione umano/non umano e nella necessità di ripartire da una nuova modalità di concepire il rapporto tra individui umani nella società e individui umani e non umani sul pianeta e ancora, nella società. Ogni percorso, ogni cambiamento che possiamo mettere in atto non sarà che parziale fintanto che non porterà nella società aspetti culturali nuovi da interiorizzare e elaborare, finché non si sentirà un nuovo modo di concepire l’altro da sé, fatto di empatia e solidarietà, di decrescita e eco-sostenibilità, di abolizione del concetto di sfruttamento sia biologico che industriale, materiale e simbolico. 

 

 

 

Annunci

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...