L’economia neoclassica: l’homo oeconomicus senza natura e senza storia

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di Maria Giovanna Devetag 

(articolo apparso sul n. 6 di Animal Studies, “economie della natura”, Novalogos.  

 

“What on Earth am I doing?  What are we trying to accomplish as economic theorists? We essentially play with toys called models. We have the luxury of remaining children over the course of our entire professional lives and we are even well paid for it. We get to call ourselves economists and the public naively thinks that we are improving the economy’s performance, increasing the rate of growth, or preventing economic catastrophes. Of course, we can justify this image by repeating some of the same fancy sounding slogans we use in our grant proposals, but do we ourselves believe in those slogans?”

(Ariel Rubinstein, 2006, p. 865)

Quando mi fu proposto di curare un numero speciale di Animal Studies dedicato all’economia, inizialmente pensai di rifiutare, tanto il compito mi sembrava impossibile. Diversi colleghi cui parlai del progetto mi risposero candidamente che non avevano mai, in vita loro, riflettuto su questo tema e di conseguenza non avrebbero saputo che cosa scrivere. Tale disarmante mancanza di interesse e persino di embrionale consapevolezza riguardo ai rapporti tra economia e antispecismo e, più in generale, riguardo al rapporto tra i sistemi economici e quello che si è soliti chiamare “natura” e che comprende, oltre agli animali non umani, il complesso di ecosistemi di cui i sistemi sociali sono componenti, in realtà non dovrebbe minimamente sorprendere chi conosca un po’ da vicino la “triste scienza” e non potrà sorprendere nemmeno coloro che ne sono digiuni una volta che si siano delineate le sue fondamenta, i suoi scopi e il suo modus operandi, come tenterò di fare nelle righe che seguono in maniera necessariamente sintetica, parziale e, mi auguro, non troppo imprecisa.

Le fondamenta della scienza economica contemporanea – vale a dire il nucleo di modelli il cui insegnamento viene impartito da oltre cent’anni nei dipartimenti di economia di tutto il mondo –  sono costituite dal cosiddetto paradigma Walrasiano (dall’economista francese Léon Walras, cui si deve la prima formulazione della Teoria dell’Equilibrio Economico Generale) o neoclassico, così chiamato per distinguerlo dal pensiero degli economisti classici quali Smith, Ricardo, Marx. Scopo dell’economia neoclassica è lo studio dell’allocazione ottimale di risorse scarse passibili di utilizzi alternativi (Varian 1984, Kreps 1990). Sono quindi i tre pilastri della “scarsità”, delle “risorse” (umane, fisiche, finanziarie, ecc.) e del “comportamento di decisione” in una prospettiva essenzialmente statica a essere posti a fondamento dell’analisi. Tutto, in linea di principio, è considerato risorsa e non può essere diversamente per gli animali non umani, che nella società attuale sono appunto considerati nulla più che risorse rinnovabili. Altra caratteristica peculiare dell’economia neoclassica è quella di essere sostanzialmente priva di vere e proprie istituzioni, che nei modelli neoclassici si riducono a evanescenti insiemi (bundle) di obbligazioni contrattuali.

Infine, la scienza economica neoclassica tende a rappresentare se stessa come moralmente “agnostica” e soprattutto scevra da impostazioni ideologiche. Gli economisti amano pensarsi come scienziati che mirano a “scoprire” il sistema più efficiente per allocare risorse scarse allo stesso modo in cui i fisici delle particelle mirano a scoprire le leggi ultime del funzionamento della materia. Che il sistema più efficiente risulti essere il libero mercato (sotto determinate ipotesi che è eufemistico definire restrittive) è quindi spesso propagandato con noncuranza come un fatto scientifico alla pari della legge di gravità o delle onde elettromagnetiche[1].  Lo status di superiore rigore scientifico che l’economia si è progressivamente auto-attribuita nell’ambito delle scienze sociali anche grazie all’uso crescente e ormai pressoché esclusivo della formalizzazione matematica, e che ha fatto in modo che gli economisti abbiano, da un certo punto in poi, guardato a discipline affini come la sociologia e la storia con malcelato senso di superiorità se non addirittura con vero e proprio atteggiamento colonizzatore, ha contribuito non poco a quest’aura di neutralità e oggettività apparente.

Non è questa la sede per approfondire l’utilizzo pervasivo, anche se spesso inconsapevole, di un certo tipo di retorica da parte degli economisti neoclassici (si veda in proposito McCloskey 1985) né per smascherarne le basi ideologiche nascoste, quanto piuttosto per sottolineare come tale retorica non corrisponda in realtà se non in minima parte al modo in cui viene di fatto condotta la ricerca teorica in ambito economico. Innanzitutto, l’economia teorica neoclassica è disciplina puramente deduttiva e quindi più affine alla matematica e alla filosofia che alle scienze sperimentali; in altre parole, l’introspezione e l’armchair theorizing assumono un’importanza preponderante rispetto all’indagine empirica, alla raccolta e analisi di dati e alla verifica di ipotesi (Simon 1982; Dosi 2000). La mancanza di  riscontri empirici che attestino la validità di assiomi e previsioni dei modelli è una delle critiche “interne” più diffuse e condivise, al punto che la rapida ascesa della branca dell’economia sperimentale negli ultimi vent’anni si giustifica proprio con la necessità di dotare gli economisti di uno strumento di verifica empirica dei modelli fino ad allora mancante o, più malignamente come sostengono alcuni, con la tipica ossessione degli economisti di voler essere considerati scienziati a tutto tondo[2]. In secondo luogo, i modelli neoclassici poggiano su di un insieme di assunzioni così arbitrarie e restrittive da rendere evidente anche all’occhio del non esperto la loro fragilità appena celata sotto l’apparenza del rigore formale. Per chiarire questo punto, tuttavia, è necessario almeno accennare al rapporto tra l’economia neoclassica, l’utilitarismo e l’individualismo metodologico.     

L’adesione dell’economia neoclassica all’individualismo metodologico è totale: il punto di partenza è l’individuo – considerato isolatamente dal resto della società – e il suo sistema di preferenze, sul cui contenuto e sulla cui origine non è necessario pronunciarsi (de gustibus non est disputandum), mentre si richiede che le preferenze siano internamente coerenti e soddisfino alcune proprietà atte a tradurle in una funzione di utilità la cui massimizzazione si ipotizza sia l’unico obiettivo del decisore o “agente” economico. Se quindi, da un lato, la scienza economica è ancorata all’utilitarismo Benthamiano che la accomuna, per esempio, all’analisi di filosofi morali come Peter Singer, dall’altro l’evoluzione del pensiero economico nell’ultimo secolo ha fatto sì che l’originaria nozione edonica di utilità quale espressione di piacere e dolore, stante l’impossibilità di ideare e applicare metodi di misurazione e, a fortiori, di confronto intersoggettivo, sia stata progressivamente abbandonata in favore di una sua interpretazione che la vede semplice espressione matematica di preferenze l’origine delle quali esula dall’interesse dell’economia[3]. Vi è quindi solo una pallida somiglianza, a parte il comune radicamento nell’individualismo metodologico, tra l’utilitarismo riscontrabile nel pensiero di Peter Singer e quello di matrice economica nel contenuto, e nessuna relazione negli scopi.  

A partire da una serie di restrizioni sulle preferenze, si passa alla loro concettualizzazione in forma di curve di indifferenza le quali, per riflettere un comportamento di scelta definito razionale, devono godere di alcune proprietà (ad es. la convessità) Attraverso ulteriori ipotesi molto restrittive riguardanti il comportamento dell’individuo a fronte di cambiamenti nei prezzi relativi dei beni e nel reddito disponibile si arriva infine a costruire una funzione di domanda individuale negativamente inclinata, che riflette il fatto che all’aumentare del prezzo del bene X il consumatore consumerà un numero inferiore di unità del medesimo bene. Le assurdità più palesi, tuttavia, si manifestano qualora si passi dalla funzione di domanda individuale a quella aggregata, e dalla massimizzazione dell’utilità individuale alla massimizzazione dell’utilità sociale. I problemi di aggregazione sono tali che, in estrema sintesi, non vi è nulla che assicuri che la funzione di domanda aggregata debba avere le stesse proprietà delle funzioni di domanda individuali, anche se queste ultime soddisfano criteri di razionalità.  Il benessere sociale non può, in parole povere, essere derivato per semplice somma delle utilità degli individui che compongono la società. Gli economisti matematici, che giunsero a questa conclusione cent’anni dopo l’inizio dell’intrapresa neoclassica, lungi dall’abbandonare la prospettiva dell’individualismo metodologico ed esplorare percorsi radicalmente alternativi, preferirono a quel punto ricorrere all’ipotesi restrittiva più platealmente assurda, l’ideazione della ben nota astrazione del consumatore rappresentativo (divenuto poi agente rappresentativo) che, aldilà della veste asettica con la quale è spesso presentata nei manuali di microeconomia, implica che affinché l’aggregazione sia possibile è necessario ipotizzare che la società sia composta da individui aventi preferenze tra loro identiche e che non cambiano nel tempo![4] Nonostante la “diaspora” di alcuni economisti matematici che, di fronte a ciò, preferirono cercare di rifondare la disciplina abbandonando l’individualismo metodologico e partendo da presupposti di tipo dinamico-evolutivo e dal tentativo di considerare “gruppi” anziché singoli individui come livello “zero” dell’analisi (si veda, tra i tanti, Dosi 2000, Nelson e Winter 1982, Kirman, 1989) il paradigma neoclassico non solo ha resistito alle critiche ma è diventato dominante nelle università, nei centri di ricerca, nelle principali istituzioni economiche internazionali (IMF; World Bank, ecc.) e nelle più quotate riviste scientifiche, relegando ai margini qualsiasi approccio eterodosso, da quello marxista a quello evolutivo.

Parte dell’enorme successo di cui il paradigma neoclassico tuttora gode risiede nel fatto che, con il tempo, sia stato in grado di evolversi di continuo ed espandere enormemente i propri ambiti di applicazione pur rimanendo fondamentalmente uguale a se stesso. Se nei corsi di laurea e dottorato si continuano a indottrinare le giovani generazioni all’interno del paradigma (e chi in seguito non prosegue con l’attività di ricerca non verrà mai a conoscenza delle critiche più radicali e sofisticate), la frontiera della ricerca ha esplorato nel tempo molteplici strade per “aggiustarne” le distorsioni più evidenti contribuendo a rafforzarlo. L’economia sperimentale e comportamentale ha consentito di affinare i modelli di razionalità decisionale mettendo in luce le numerosi violazioni di alcune delle ipotesi sottostanti. Queste violazioni si sono in molti casi tradotte in nuovi modelli che “rilassano” alcune restrizioni del modello di rational choice senza peraltro modificarne l’assetto di fondo (ad es. il comportamento ottimizzante). In altri casi, l’economia comportamentale ha messo in luce una varietà di situazioni nelle quali gli individui si comportano in modo altruistico deviando dall’ipotesi di motivazione basata sulla massimizzazione dell’interesse personale; l’evidenza è stata spesso incorporata in nuovi modelli attraverso la semplice aggiunta di argomenti alla funzione di utilità  (supponendo che nell’utilità del decisione rientri anche la soddisfazione o il piacere derivanti dall’esibire un comportamento altruistico), e così via. Per quanto riguarda il comportamento aggregato, l’enorme e rapido sviluppo della teoria dei giochi[5] a partire dagli anni cinquanta ha consentito all’economia di uscire dall’ambito dall’analisi dei comportamenti di mercato per estendersi alla quasi totalità delle interazioni umane aventi conseguenze economiche dirette o indirette: a partire dall’apporto decisivo di economisti come Gary Becker (premio Nobel per l’economia nel 1992) tra gli ambiti di  interesse dell’economia teorica sono rientrate le decisioni matrimoniali e procreative, le scelte religiose, la prostituzione, le dipendenze da droghe, le mode, la  genesi e l’evoluzione delle norme sociali, l’identità, le discriminazioni, il crimine, le scelte di voto, e molto altro. Questi fenomeni sono stati tutti affrontati e analizzati attraverso la lente deformante del paradigma del comportamento ottimizzante e di equilibrio (poco importa se raggiunto in maniera “statica” da agenti iper-razionali e onniscienti o attraverso una dinamica di aggiustamento progressivo). Accanto a questa espansione di stampo “colonialista” nei vari ambiti del sociale, vi è stata una costante negazione, per non dire una vera e propria rimozione, dell’analisi del rapporto tra i sistemi economici di mercato e le “esternalità negative” che tali sistemi generano sul complesso degli ecosistemi biologici, dal problema dell’inquinamento, a quello dell’ipersfruttamento di risorse naturali che per loro natura non sono rinnovabili, a quello dell’estinzione o riduzione in schiavitù di altre specie viventi[6]. Il paradigma della “crescita” non è mai stato messo in discussione se non debolmente e solo all’interno di “nicchie” perlopiù irrilevanti come l’Ecological Economics; si è in genere preferito, nei modelli neoclassici, demandare la risoluzione di problemi ecologici attuali o futuri (di cui in genere, con alcune isolate eccezioni, gli economisti non sono minimamente consapevoli non avendo alcuna conoscenza né interesse nel campo delle scienze naturali) al deus ex-machina dell’innovazione tecnologica, rappresentata o in forma di shock esogeno al sistema in quanto sotto-prodotto del progresso scientifico, o come prodotto endogeno degli investimenti in ricerca e sviluppo da parte delle imprese.

Questa panoramica introduttiva, necessariamente sommaria, è utile sia per comprendere il motivo per cui la scienza economica mainstream sia ancora lontana anni luce dal potere analizzare in maniera critica problematiche che necessariamente dovrebbero portare a ripensare le proprie fondamenta concettuali (e a re-includere nel proprio orizzonte la storia, la “natura” lato sensu, le istituzioni e la loro evoluzione), sia per fornire al lettore qualche strumento critico in più per comprendere alcuni dei contributi di questo numero di Animal Studies.

E’ sensato dividere gli articoli in due insiemi: da un lato, quello comprendente i contributi che provengono dall’interno del mainstream, quali l’intervista a Jayson Lusk e  Bailey Norwood e quella a Keith Chen. Il primo contributo si situa nell’ambito della Ecological Economics e mostra come la crescente consapevolezza dello sfruttamento animale nella società, tradottosi nella diffusione di comportamenti di consumo e stili di vita “etici” (veganismo o vegetarismo, “carne felice”, ecc.) abbia iniziato a produrre delle riflessioni che, sebbene con impostazione del tutto antropocentrica e limitata ad approcci di carattere protezionista, includono gli animali non umani e le possibili conseguenze aggregate di una società nella quale questi ultimi siano oggetto di considerazione morale. Il secondo contributo si situa nell’ambito della Behavioral Economics già citata, e più specificamente all’interno di quel filone di studi al confine tra neuroscienze ed economia teso a ricercare l’origine evolutiva dei comportamenti di decisione, delle norme sociali, dell’altruismo, della cooperazione e della reciprocità. Il contributo dimostra come l’economia comportamentale abbia da tempo cominciato ad analizzare l’origine delle preferenze (che l’economia neoclassica tradizionale considera una nozione primitiva e “vuota” all’interno dei suoi sistemi formali) e, nel fare questo, si stia confrontando con lo studio del comportamento non umano dal quale emerge sempre più evidente la contraddizione tra un pensiero antropocentrico che continua a considerare i non umani oggetti “sacrificabili” e la loro natura di esseri senzienti portatori di interessi, desideri e comportamento che è conseguenza di scelte deliberate.

I rimanenti contributi di questo volume, pur analizzando problemi differenti e da prospettive non sempre convergenti, presentano in comune il fatto di offrire uno sguardo all’economia e ai sistemi economici contemporanei “dal di fuori”. Così come il tempo meteorologico esiste a prescindere dall’esistenza dei meteorologi e delle loro previsioni, analogamente i sistemi economico-produttivi esistono e producono conseguenze a molti livelli a prescindere da come li descrivono gli economisti neoclassici. E a volte, per poter vedere in tutta chiarezza i limiti di un approccio interpretativo, è banale dirlo,  è necessario porsi al di fuori di esso. 

 

Bibliografia

Colin Camerer (2003) Behavioral Game Theory, Princeton University Press, Princeton, NJ.

Ananish Chaudhuri (2009) Experiments in Economics: Playing fair with money, Routledge, Taylor & Francis Group.

Giovanni Dosi (2000), Innovation, Organization and Economic Dynamics: Selected

Essays, Edward Elgar, Cheltenham, UK.

Georgescu-Roegen (1971), The Entropy Law and the Economic Process, Harvard University Press, Cambridge, MA.

John Kagel, Alvin Rioth (Eds.), The Handbook of Experimental Economics, Princeton University Press, Princeton, NJ.

Steve Keen (2001),  Debunking Economics: The Naked Emperor of the Social Sciences, Pluto Press Australia.

Alan Kirman (1989), “The intrinsic limits of economic theory: the emperor has no clothes”, Economic Journal, supplement, vol. 99, no. 395, pp. 126-39.

David Kreps (1990), A Course in Microeconomic Theory. Princeton University Press, Princeton, NJ.

Donald McCloskey (1985), La retorica dell’economia. Scienza e letteratura nel discorso economico. Einaudi, Torino.

Richard Nelson and Sidney G. Winter (1982), An Evolutionary Theory of Economic Change. The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, MA.

Alvin E. Roth (1996) “Comments on Tversky’s ‘Rational Theory and Constructive Choice’,” in The Rational Foundations of Economic Behavior, K. Arrow, E. Colombatto, M Perlman, and C. Schmidt, editors, Macmillan, 1996, 198-202.

Ariel Rubinstein (2006), “Dilemmas of an economic theorist”, Econometrica, Vol. 74, No. 4 (July, 2006), pp. 865–883.

Ariel Rubinstein (2008), “Comments on neuroeconomics”, Economics and Philosophy, 24 (2008), pp.485–494.

Herber Simon (1982), Models of bounded rationality, MIT Press, Cambridge, MA.

Hal R. Varian (1984), Microeconomic Analysis, Norton & Company, Incorporated, W. W.

John von Neumann e Oskar Morgenstern (1944), Theory of Games and Economic Behavior, Princeton University Press, Princeton, NJ.

 

[1]
            Naturalmente gli economisti non sono così sprovveduti da non sottolineare le molte e sostanziali differenze tra l’economia e le scienze naturali; tuttavia, l’evidenziazione di tali differenze solitamente serve tutt’al più a sottolineare che le ipotesi o le conclusioni dei modelli economici devono valere come “ragionevoli approssimazioni” (Roth, 1996)

[2]       E’ rivelatore, infatti, che l’Associazione internazionale che riunisce gli sperimentalisti in economia si sia data il nome di “Economic Science Association”. Il più recente campo della neuroeconomics, per alcuni, risponderebbe ancor meglio a questo desiderio più o meno conscio degli economisti di essere considerati scienziati a tutti gli effetti, dando loro l’opportunità di mostrare che le ipotesi dei loro modelli poggiano su solida evidenza scientifica di tipo neurologico (ottenuta mediante la collaborazione con neuroscienziati “puri”) e consentendo loro finalmente di poter pubblicare su riviste come Science e Nature, considerate il sancta sanctorum della “vera” scienza contemporanea. Per un punto di vista critico su questo atteggiamento diffuso e sulla credenza diffusa circa la necessità di testare i modelli economici mediante esperimenti, si veda Rubinstein (2006, 2008).

[3]       Quest’affermazione va specificata. Mi riferisco all’impianto teorico della teoria del consumatore così come originariamente formulata e insegnata tuttora a livello di corsi di laurea e dottorato. La frontiera della ricerca economica è da anni impegnata a studiare, anche con il metodo sperimentale, l’origine e le condizioni di manifestazione di preferenze diverse dalla massimizzazione dell’interesse personale. Appartengono a questo filone le ricerche sull’altruismo, la reciprocità, il comportamento cooperativo, così come le ricerche sul conformismo, l’adesione a norme sociali, le mode, e le dipendenze (per rassegne sull’argomento si veda Kagel et al. 1995, Camerer 2003, Chaudhuri 2009).

[4]       Questo insieme di condizioni va sotto il nome di Sonnenscheim-Mantel-Debreu conditions (SDM). Per una trattazione più rigorosa ed esaustiva si rimanda a Keen (2001).  

[5]       La teoria dei giochi nacque come branca della matematica applicata e come “scienza del conflitto” da potersi applicare, nelle intenzioni dei finanziatori tra i quali posizione preminente assunse il Dipartimento della Difesa statunitense, alla gestione delle decisioni strategiche dell’amministrazione USA durante la Guerra Fredda. Ben presto ci si rese conto della scarsa applicabilità dei modelli della teoria dei giochi alle decisioni di politica internazionale, ma al contempo crebbe l’interesse per le sue potenziali applicazioni in ambito economico, soprattutto per quanto concerne l’analisi di mercati oligopolistici. L’opera seminale nell’ambito della teoria dei giochi è “Theory of Games and Economic Behavior” di John Von Neumann e Oscar Morgenstern (1944).

[6]       Un’importante ma isolata è eccezione è il lavoro di Georgescu-Roegen (1971). 

 

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