“Animali fuori dalla Costituzione”: una risposta

di Silvia Molè

Le argomentazioni riportate nell’articolo “Animali fuori dalla Costituzione”, pubblicato qualche giorno fa dal Sole24ore, paiono non valide al fine di negare fondamento a quanto proposto dal movimento “La coscienza degli animali” e dalla Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente, ovvero: “Siamo convinti che sia finalmente arrivato il momento di accogliere, tra i beni e i valori tutelati dai principi fondamentali della nostra Costituzione, l’ambiente, gli ecosistemi e gli animali in quanto esseri senzienti, capaci cioè di provare piacere e dolore e come tali degni non solo di rispetto ma anche di una diversa considerazione giuridica” (tra i firmatari mi risulta anche il dott. Veronesi).

L’articolo citato presenta nella sua parte iniziale non tanto una serie di paradossi quanto una serie di “horse laugh” e “pendii scivolosi” da manuale nonché una mirabile sintesi di tutti gli argomenti retorici impiegati non in ambienti accademici bensì sui social network da persone prive di un corretto armamentario logico (insetti, vegetali e simili amenità). La “risata del cavallo” consiste nel trasformare l’argomento dell’interlocutore in barzelletta, facendo leva su una reazione emozionale da parte del pubblico indotto quindi a confrontarsi con aspetti divertenti e contrari al senso comune, che però nulla hanno a che fare, logicamente, con l’argomento proposto, spesso mostrato in maniera estremamente semplificata. Siccome sarebbe troppo oneroso prendere in considerazione tutte le argomentazioni fallaci proposte, evidenzierò l’argomento del peschereccio “attraccato in porto per tutelare gli ecosistemi”: è possibile pescare anche senza distruggere un ecosistema, anche se una tecnica di “pesca” che ricorra ad esplosivi o il pescare in zone protette potrebbe certamente, a breve termine, essere fonte di maggiori “guadagni”: in questo senso non sempre profitto e progresso coincidono, qualora si accetti come premessa l’importanza della biodiversità.

Con una menzione a livello costituzionale non si farebbe quindi altro che ribadire, in tutta la sua importanza, ciò che è ormai universalmente riconosciuto (tranne evidentemente in qualche anonimo angolo della Sapienza). Interessante assai anche l’argomento del concime animale e dell’insetto (che potrei accettare con un sorriso su una pagina Facebook ma non in un articolo di provenienza accademica), che qualsiasi lettore con licenza elementare potrebbe facilmente individuare quale esempio della fallacia del “pendio scivoloso” per proprio conto. L’argomento dell’insetto si trova spesso sui social per delegittimare posizioni etiche vegetariane e poggia anche sulla fallacia del nirvana, per cui, al fine della coerenza sarebbe sensato poter uccidere tutti gli esseri animali qualora non sia al momento possibile risparmiarli tutti. Eppure esistono i GRADI, ed è proprio attraverso i gradi che la nostra società si evolve e si è evoluta (si veda la storia dei diritti, da quelli degli schiavi a quelli delle donne a quelli dei bambini a quelli degli omosessuali fino ad arrivare agli animali non umani, come l’autore stesso dell’articolo sottolinea – !!! – ricapitolando egli stesso la legislazione in merito nel corso del tempo).

Ma veniamo al dunque, perché assistiamo al continuo evolversi a livello legislativo di tutele a favore degli animali non umani? Perché la scienza ovvero la moderna etologia ha fatto definitivamente fuoriuscire gli animali non umani dallo status cartesiano di macchine biologiche, la qual cosa ci costringe a rivedere in modo radicale il nostro rapporto con essi: forme “elevate” di altruismo (persino negli “schifosissimi” ratti), complesse forme di intelligenza, emozioni, trasmissione culturale, complessi linguaggi, capacità di provare dolore fisico e psichico, e molto altro ancora, ci costringono a mettere in discussione ogni forma di sfruttamento animale che non sia necessario alla nostra sopravvivenza. A meno di essere dell’avviso che come figli unici di Dio tutto ci sia permesso (ma non lo pensano neppure i cattolici), in quanto ontologicamente diversi. A meno di trarre il fondamento dell’etica dalla volontà del più forte: faccio così perché mi fa comodo e perché posso. Sulla base di queste premesse si può facilmente capire come il fattore “economico” ( rilevante anche al tempo della schiavitù, o delle conquiste coloniali, immagino), nell’articolo ampiamente enfatizzato, non possa più essere il medesimo per quelli che oggi sappiamo non essere cose. Vale a dire, qui entra in gioco non solo la biodiversità ma anche l’individualità di quelle che non sono macchine biologiche dotate di meri istinti, come si voleva secoli addietro.


Sulla Costituzione: questa mi pare indichi dei principi riconosciuti come universalmente validi, a prescindere dalla loro immediata applicabilità in ogni singolo caso. Indica anche delle mete alle quali tendere.

Basti pensare al lavoro: il fatto che molti oggi non abbiano un lavoro non dovrebbe indurre a pensare che la Costituzione sia insensata o vada cancellata in questa sua parte. Introdurre il principio generalissimo della “tutela” servirebbe di fatto a ribadire anche a livello costituzionale quella meta alla quale di fatto nella nostra società già si tende, a sottolinearne l’importanza. L’autore stesso cita Germania (***) e Svizzera, paesi non proprio barbari, che si presentano quindi come motori di progresso. L’autore, che pare non considerare gli italiani capaci di intendere e volere, mescola poi con una superficiale esposizione temi diversi tentando un impossibile livellamento e cercando di convincere il lettore che alla base di talune posizioni vi sia solo l’“irrazionalità”: ma questo significa banalizzare e semplificare, trascurando diverse implicazioni alla base di esse.

Sulla delicatissima questione della sperimentazione animale: anche qui, per i motivi esposti, la meta è chiara, e il progresso inarrestabile: per gradi si è infatti giunti alla formulazione del tutt’altro che irrazionale principio delle 3R: «Replace, Reduce, Refine» alla quale certo non ha contribuito chi ancora cartesianamente ragiona in meri termini di import/export e carne al chilo. L’autore operante alla Sapienza, quindi, pare chiedersi, ma dove finiremo mai di questo passo? (e di certo il percorso non è concluso):

Penso che una bella risposta gli possa essere offerta da Norberto Bobbio in questi termini:

“Mai come nella nostra epoca sono state messe in discussione le tre fonti principali di disuguaglianza: la classe, la razza ed il sesso. La graduale parificazione delle donne agli uomini, prima nella piccola società familiare e poi nella più grande società civile e politica è uno dei segni più certi dell’inarrestabile cammino del genere umano verso l’eguaglianza. E che dire del nuovo atteggiamento verso gli animali? Dibattiti sempre più frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il vegetarianesimo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una possibile estensione del principio di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano, un’estensione fondata sulla consapevolezza che gli animali sono eguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire? Si capisce che per cogliere il senso di questo grandioso movimento storico occorre alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano”.

(***)

http://www.tierschutzbund.de/grundgesetz.html (nell’articolo viene sottolineato come l’introduzione nella Costituzione tedesca della protezione degli animali non abbia rivoluzionato i sistemi attuali ma non costituisca neppure una vuota retorica, in quanto lo Stato si impegna in tal modo ad attribuire ad essa il massimo valore possibile, offrendo anche maggiori possibilità di azione nei confronti di coloro che prevedono l’utilizzo di animali nell’ambito delle proprie attività.

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