Torino, menù vegano a scuola: scoppia la psicosi. Ma il vero dramma è l’ingenuità della popolazione

menù vegan
Ne aveva già parlato Mattia Da Re, in un articolo datato 22 luglio 2016. Oggi, più di un anno dopo, è doveroso tornare sulla questione della sindaca di Torino, Chiara Appendino, e della scelta varata dalla sua giunta di istituire, all’interno delle mense scolastiche, un giorno al mese di menù esclusivamente vegano. Innanzitutto perché ciò che un anno fa era solo un progetto ora è stato emanato ufficialmente (l’iniziativa, di fatto, prederà il via con l’inizio del nuovo anno scolastico), e, in secondo luogo, per riflettere sulle reazioni di chi si è dichiarato fermamente contrario al progetto.

Se tale proposta, infatti, era stata accolta con entusiasmo da parte di tutti coloro che, come noi, auspicano che il cambiamento in direzione dei diritti fondamentali degli esseri senzienti parta proprio dai più piccoli, lo stesso non si può dire per la gran parte della popolazione adulta. I giorni successivi, infatti, i post su Facebook dei principali quotidiani nazionali che riportavano la notizia sono stati letteralmente sommersi da commenti a metà strada fra l’indignazione e lo sconcerto. Una reazione prevedibile, siamo oramai abituati a scene di isteria collettiva dinnanzi alle parole ‘vegan’, ‘gender’, ‘vaccini’, ‘immigrati’ ecc., ma, come spesso accade, tali reazioni sono assolutamente ingiustificate, e, questa, non è stata da meno.

Nel marasma generatosi, alcune argomentazioni (sigh) più di altre hanno colpito la mia attenzione, non solo per la convinzione con cui venivano caldeggiate, ma per le innumerevoli fallacie logiche di cui erano costellate. Una delle più presenti è la preferita dai ProVita, ovvero il ‘pendio scivoloso’: «Seguirà il giorno del burka [dice un commentatore indignato]. Un giorno al mese, le bambine femmine si vestiranno col velo integrale e i maschi potranno menarle a piacimento». Così dicendo, oltre a sostenere l’assoluta certezza che dietro questa iniziativa vi sia il desiderio di ingraziarsi gli islamici, che semplicemente non mangiano il maiale ma vegani non sono affatto (altra fallacia, quindi, la ‘non sequitur’), si arriva (il)logicamente al capolavoro dei capolavori: il ‘doppio standard’. Difatti, secondo i commentatori più risentiti, un giorno alla settimana di menù vegano nelle mense scolastiche sarebbe un’imposizione (cosa che effettivamente è, come tutti i menù scolastici*), ma i restanti giorni della settimana, in cui i bambini possono mangiare derivati animali, non avendo, il più delle volte, la possibilità di non farlo, non lo sarebbe affatto. Quest’ultima argomentazione, oltre a operare distinzioni di comodo su che cosa sia un’imposizione e che cosa no, si rivela incredibilmente ingenua nel non riconoscere che una grandissima parte della società in cui viviamo, e che affonda le proprie radici nel famoso contratto sociale, è regolata da imposizioni a cui noi tutti ci sottomettiamo, perfino inconsapevolmente (le magie del potere). D’altronde questo è il medesimo errore logico in cui cadono anche i no-vax, motivo per il quale un bel ripassino di filosofia politica dovrebbe, come il menù vegano nelle mense, essere imposto a tutti. Ma poi, vi siete accorti solo ora che la pasta al pomodoro è vegana?

Yuri Conti

(*Una volta al mese, infatti, le mense scolastiche di Torino serviranno anche menù regionali che prevedono, a loro volta, l’introduzione di nuovi piatti: linguine al pesto, pasta all’amatriciana, polenta con salsiccia. Questa imposizione, però, non sembra allarmare nessuno, proprio perché non è vista come tale. Difatti, si tende a commettere l’errore di chiamare ‘imposizione’ solo ciò che non ci piace, sorvolando su tutto il resto. )

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