“No al circo con animali”. Telecalabria intervista Silvia Molè (dicembre 2017)

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Francesco Mazza (RTC-Telecalabria): Oggi siamo con Silvia Molè, attivista antispecista, membro dell’Associazione Parte in Causa, che da anni si occupa della questione animale e a nome della quale ha già coinvolto e intervistato su temi riguardanti la questione animale alcuni tra i più importanti etologi, filosofi e attivisti del panorama internazionale, come Jane Goodall, Marc Beckoff, Joan Gonzalvo, Roberto Marchesini, Steven Best, Carol J. Adams, Will Kymlicka, Gary Francione, Massimo Filippi, Benedetta Piazzesi, l’associazione dei veterinari europei e molti altri ancora.

  1. Il circo è lo spettacolo più bello del mondo?
    Il circo è forse davvero lo spettacolo più bello del mondo. Esso è a mio avviso una magnifica tradizione, che fuoriesce da molto intrattenimento contemporaneo, standardizzato, usa e getta, volgare, superficiale, dal carattere meramente consumistico e con bassi profili professionali, come si può vedere spesso in televisione. Nei circhi invece troviamo sempre anche grandi artisti e grandi professionisti, si va dalla complessa figura artistica del clown (comica, eccentrica, folle e triste al contempo) all’acrobazia, all’equilibrismo, ai giocolieri, ai mimi e molto altro ancora. È lo spettacolo più bello del mondo quando non prevede però l’ utilizzo di animali. Di circhi del genere, senza animali, ve ne sono già diversi, a prescindere dalle motivazioni alla base, tra i più noti il Cirque du Soleil o il MagdaClan che senza sfruttare gli animali raggiungono vette artistiche notevoli e con notevole affluenza di pubblico. A dimostrazione del fatto che gli animali non sono necessari per mantenere la tradizione e pure la fonte di reddito. Sarebbe del tutto errato pensare che gli animalisti non siano interessati alle condizioni dei circensi, la cui tradizione va mantenuta, valorizzata e anche finanziariamente sostenuta ma adattandola al nuovo inarrestabile paradigma etico, che non può prevedere lo sfruttamento di altri animali, nel caso specifico per il mero intrattenimento. Si pensi che ci furono tempi in cui alcuni spettacoli prevedevano come attrazione, volta a divertire, persone considerate deformi e mostruose, o anche di diverse etnie, considerate quasi come oggi vengono considerati gli animali, oggi impensabile. In questo contesto di rinnovamento si inserisce quindi anche il nuovo ddl in Italia che prevede il graduale superamento di detto impiego, per quanto ancora troppo timido, ma che perlomeno tiene conto dell’imponente rivoluzione culturale in atto. Dopo il superamento – almeno sulla carta – dei confini di sesso, “razza” e classe è il momento del superamento dei confini di specie.

  2. Cosa si nasconde dietro il tendono di un circo? Come è la vita nel circo?
    Sono stati documentati casi di gravi abusi, anche in Italia purtroppo, ad esempio elefanti tenuti con catene molto corte e causa di gravi sofferenze, dato che quasi non potevano muoversi. Ma il punto centrale non è la lunghezza della catena o la grandezza di una gabbia per un elefante, un leone o una tigre, il punto centrale è proprio l’esistenza di una catena e di una gabbia per fini ludici. Non a caso sul sito dalla FNOVI (Federazione Nazionale Ordine Veterinari italiani, articolo datato 5 maggio 2017) troviamo scritto che già nel 2015 la FVE (Federazione dei Veterinari Europei), che non può dirsi neanche antispecista, ha voluto dichiarare pubblicamente che nei circhi non esiste la possibilità che il benessere degli animali e il rispetto delle loro esigenze etologiche siano garantiti, nonostante le attività svolte dai medici veterinari in materia di prevenzione e di terapia delle malattie degli animali. Non impropriamente quindi il filosofo Tom Regan, di recente scomparso, titolava un suo noto testo Gabbie Vuote. E sinceramente non penso siano necessari grandi nomi o grandi scienziati per intuire ad esempio che animali diciamo esotici (anche se la mia riflessione qui vale per ogni genere di animale, che non può diventare un fenomeno da baraccone come accennavo prima) non appartengono al circo ma ad ambienti, come dice Regan, in cui sono liberi di esprimere la loro natura, sia individuale che come ad esempio nel caso degli elefanti come membri di un gruppo sociale variabile, cosa che nessun circo può assicurare. Per violazione quindi si intende in primis limitazione di spazio, perdita della struttura sociale e comportamenti anomali. Sempre nel testo di Regan apprendiamo che in natura i leoni hanno un territorio che varia tra i 20 e i 400 chilometri quadrati, per cui ci si chieda in quale misura una gabbia possa offrire uno spazio “sufficiente”. Si pensi che i leoni sono animali sociali che vivono in branchi, a capo del quale vi è un maschio dominante o un gruppo di maschi. Le femmine generalmente si dedicano alla caccia mentre i maschi sono più dediti alla difesa. I piccoli vengono cresciuti e apprendono nel branco. Nei circhi i leoni non sanno dove andare né cosa insegnare, la loro natura annientata. Per non parlare degli elefanti, che vivono pure in branchi in una complessa struttura sociale di tipo matriarcale. In un circo non ci sono matriarche, parenti, rotte migratorie. La loro natura è annientata in un tendone. Quindi non meraviglia che spesso tigri e leoni camminino avanti e indietro, senza mai deviare dal loro limitato percorso, ossessivamente, o che gli elefanti si dondolino avanti e indietro o scuotano la testa in continuazione da una parte e dall’altra. Creature psicologicamente annientate. E questo affinché possano attraversare un cerchio di fuoco per divertire il pubblico. Al fine di mantenere lo status quo alcuni circhi reagiscono ai volantinaggi che criticano il circo facendo altrettanto per criticare il loro detrattori, dipinti come estremisti radicali. Chi espone queste riflessioni infatti viene bollato talora come estremista, ignorantone del VERO benessere animale, persona brutta e cattiva, portatrice di idee pericolose per l’umanità tutta e soprattutto idee contro natura, un po’ come dei fondamentalisti religiosi… laddove gli sfruttatori si presentano come i grandi interpreti del “vero benessere animale”, concetto che può comprendere praticamente tutto, appunto anche una tigre che salta nel cerchio di fuoco, un mattatoio, una battuta di caccia, una cagnolina nello spazio. Se ne può discutere, su quali siano le nostre priorità, ma benessere di un animale è un’altra cosa, non da ultimo vivere. Per questi motivi difendere il circo con gli animali significa anche avere una visione molto antiscientifica e disneyana, caricaturale del mondo animale. Quindi molto diseducativo anche per i bambini, in quanto gli animali non sono dei teatranti e non si può insegnare a considerarli tali. In questo senso è stato anche stilato un documento, su iniziativa della psicologa italiana Annamaria Manzoni (autrice del noto testo Sulla cattiva strada), firmato da moltissimi psicologi ed esperti di settore anche a livello internazionale, come la nota Melanie Joy (autrice di Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali, indossiamo le mucche), Jeffrey Masson (studioso di violenza sulle donne e sui bambini ed esperto di psicologia animale, autore del saggio Quando gli elefanti piangono) o Nick Taylor (australiana, autrice di testi fondamentali sulla questione animale) che auspicano un radicale cambiamento di costume che comporti il divieto di abusare di animali in circhi, spettacoli e manifestazioni. Cosa che può avere conseguenze sul piano pedagogico, formativo, psicologico sui bambini che frequentano i circhi, nel senso di veicolare una educazione al non rispetto degli esseri viventi, al disconoscimento dei messaggi di sofferenza, ostacolando lo sviluppo dell’empatia, che rappresenta un fondamentale momento di formazione e crescita. Detti spettacoli infatti sollecitano una risposta incongrua, divertita, allegra, comica alla sofferenza, al disagio e anche all’ingiustizia.

  1. Si sono verificati incidenti?
    Certo, si verificano in tutto il mondo molti incidenti, tigri o leoni che assalgono il domatore (in Italia ad esempio nel 2000 a villa Orfei in provinca di Venezia, a Cosenza nel 2006 – fonte la Repubblica – e nel 2009 a Torino, fonte La Stampa), e molte fughe come a gennaio di quest’anno a Monreale, quando una tigre è fuggita dal circo raggiungendo un parcheggio privato e seminando panico (fonte la Repubblica). A novembre di quest’anno una tigre fugge da un circo a Parigi e vaga nelle strade delle città per poi venire uccisa dallo stesso titolare del circo (fonte la Repubblica). Nel maggio 2014 una tigre del Bengala fugge da un circo a San Giuseppe Vesuviano (fonte la Repubblica) A ottobre di quest’anno su la Repubblica viene reso noto un rapporto di Eurogroup for Animals con tanto di numeri. Quindi anche per questi motivi molti paesi europei hanno già vietato l’uso di animali o animali esotici nei circhi. Noi in Italia siamo uno dei fanalini di coda. Si noti che gli animali, nonostante i tentativi di domesticazione, nonostante una vita passata in gabbie, recinti o catene possono ribellarsi. In questo contesto segnalo la recente traduzione in italiano del testo Animali in rivolta di Sarat Colling, ed. Mimesis, a cura di Marco Reggio e Feminoska, che attraverso una rigorosa trattazione fa definitivamente fuoriuscire la resistenza animale dalla mera aneddotica. Un esempio che mi è rimasto impresso, riportato nel libro: alcuni allevatori sono preoccupati dal fatto che un agnello possa insegnare agli altri meno svegli a fuggire e in questi casi vengono uccisi “gli spariamo, cosi non possono mostrare agli altri come si fa” dice un allevatore. Sarat Colling afferma che la resistenza può comprendere o meno una strategia o un processo di autoriflessione sulle intenzioni, ma è comunque un atto che implica il desiderio di essere liberi dalla schiavitù, dalla violenza e dalla sofferenza che caratterizzano i sistemi di oppressione e dominio. Segnalo, sul tema, anche il magnifico blog Resistenza Animale.

  2. Gli animali vengono ancora considerati cose?
    Il mio parere personale è che ormai vi sia una sempre maggiore consapevolezza sul tema, e che solo una stretta minoranza a livello teorico li consideri ancora cose ad uso e consumo degli umani. Il problema sono gli interessi economici sottostanti dai quali scaturiscono tutta una serie di argomentazioni volte a placare la dissonanza cognitiva. Semplificando al massimo si tratta di quel disagio provocato dalla contraddizione interna di amare gli animali contribuendo però al loro sfruttamento. Per cui si arriva a sostenere in una certa misura il libero arbitrio salvo negarlo di fronte alla scelta di sfruttare o meno altri animali, in quanto saremmo stati creati dominatori o ce lo richiederebbe madre natura. La scelta però è politica e culturale, non naturale. Di sicuro poi vi sono anche problemi legati al persistere di quello che anche l’etologo Roberto Marchesini definisce antropocentrismo cognitivo e lo cito: in primo luogo abbiamo l’idea che la cognitività dell’uomo non sia una specializzazione adattativa ovvero un modo specifico di elaborare i dati in in ingresso, ma sia un universale e che pertanto possa essere utilizzata come misura per valutare la cognizione eterospecifica e gerarchizzarla. E in secondo luogo abbiamo spesso l’idea che la cognitività dell’uomo riassuma o contenga in sé quasi le tutte diverse intelligenze presenti nell’universo animale e che pertanto non vi siano performatività cognitive tipiche in altre specie ma precluse alla nostra, per cui si pensa che nell’analisi non si debba partire dal problema adattativo per giungere allo sviluppo della prestazione evolutiva, al contrario si parte dalla prestazione cognitiva umana per vedere se l’eterospecifico è in grado di esprimerla. Il famoso “gli manca solo la parola”, ad esempio, banalizzando al massimo, noi come metro di misura, che ci porta quindi sempre a un concetto di inferiore e superiore, a una piramide di importanza. Quanto più un animale ci somiglia in termini di intelligenza o diciamo emotività tanto più esso vale. Steven Pinker, che certamente non è un antispecista, ha formulato molto bene questo concetto nel sul testo come funziona la mente. Lui dice che i modi di vivere degli organismi sono diversi e che non è possibile stabilire una gerarchia delle specie in base al quoziente al QI o alla percentuale di intelligenza umana che hanno raggiunto. Qualunque dote speciale abbia la mente umana, non si tratta di maggiore o migliore, in quanto ogni animale ha evoluto un meccanismo di elaborazione dell’informazione volto a risolvere i propri problemi e noi ne abbiamo evoluto uno per risolvere i nostri. Marchesini parla qui di policentrismo esistenziale, che interpreta queste differenze e le colloca in questo contesto scientifico, non permettendo posizioni gerarchiche degli esseri, per cui uno possa dirsi superiore o inferiore, e non permettendo la creazione di metri che utilizzano un ente per valutare gli altri. Detto questo da un punto di vista scientifico o del metodo, come noi trattiamo gli animali rimane quindi una questione prettamente politica e morale, in un certo grado come anche all’interno della nostra stessa specie rapportandoci alle diversità. In uno splendido testo il genetista Barbujani dimostra infatti come il concetto generalissimo di intelligenza, all’interno della nostra stessa specie, divenga spesso un mero strumento politico per opprimere categorie di umani.

  3. Ci sono vari filosofi che trattano il tema, a quale ti senti più vicina?
    Diciamo che a me piacciono molto gli approcci autenticamente intersezionali, vale a dire volti a cogliere i nessi tra le varie forme di oppressione, e i fattori che vi contribuiscono e che non agiscono in modo indipendente. Le varie forme di discriminazione e oppressione sono spesso collegate. Mi sento in ampia misura vicina a quello che viene talora definito approccio politico alla questione animale. Vale a dire, semplificando al massimo e rischiando banalizzazioni, da una parte abbiamo una posizione più marcatamente fondata sulla morale o anche metafisica, che tende a vedere l’oppressione animale come derivante unicamente da un sentimento di superiorità rimasto costante nella storia e che vede in un approccio prevalentemente individualistico la soluzione. Dall’altra un approccio storico che analizza i meccanismi socioeconomici alla base delle varie forme di sfruttamento, umane e animali. In questo senso miro a una lotta congiunta che abbia come obiettivo una liberazione totale di umani e non umani da strutture sociali opprimenti, limitanti e prevaricanti non da ultimo attraverso critiche all’attuale sistema capitalista. In questa ottica di carattere storico non è banale sottolineare che non è la discriminazione a generare oppressione ma l’inverso. Colette Guillaumin infatti nel testo Razzismo, Sessismo, Potere e Ideologia sostiene che il sistema schiavistico era già costituito quando si cominciò a tassonimizzare, a inventare il concetto di razza o le categorizzazioni relative, a giustificazione di esso. Vale a dire, non si tratta solo di idee in contrapposizione, le idee sono spesso la giustificazione a posteriori per legittimare una forma di dominio costruita e preesistente, a vantaggio degli interessi di qualcuno. Stessa cosa si potrebbe dire per gli animali non umani. Ottimi testi in questa cornice sono il recente Questioni di specie di Massimo Filippi o Al di là della natura, di Marco Maurizi o Cosi perfetti e utili di Benedetta Piazzesi . Sempre in ottica intersezionale non posso non citare la filosofa femminista Carol J. Adams che nel suo testo The Sexual Politics of Meat prende in considerazione i nessi tra sfruttamento delle donne e degli animali in seno al patriarcato. Nessi che si possono vedere ancora oggi in molta pubblicità.

  4. Siamo a Crotone, che ospitò la scuola filosofica di Pitagora. Come si poneva Pitagora nei confronti degli animali?
    Pitagora, di cui abbiamo notizie frammentarie, viene citato in questo contesto ad esempio da Cicerone, Ovidio e anche Plutarco. Pare che la base di partenza di Pitagora fosse molto legata alla teoria della metempsicosi o trasmigrazione delle anime, vale a dire diversa da quella dell’animalismo contemporaneo, ciononstante il punto di approdo è assai coinvolgente. Nelle Metamorfosi di Ovidio nella traduzione di Mario Scaffidi Abbate troviamo scritto (libro quindicesimo), cito qualche stralcio: “fu lui che per primo definì cosa turpe l’abitudine d’imbandire animali sulle mense e primo schiuse la sua dotta bocca (ma non creduta) con queste parole: “non contagiate i vostri corpi o uomini con pietanze sacrileghe! Ci sono i cereali e i frutti che vi porgono con il loro peso i rami, e sulle viti grappoli d’uva turgidi […] in mezzo a tanti prodotti della terra, la migliore delle madri, davvero non ti piace che masticare con dente crudele carni piene di piaghe scimmiottando col tuo morso i Ciclopi?”. Per quanto riguarda invece Plutarco, la sua sensibilità è più vicina a quella dei contemporanei, tanto che nella rigorosa ricerca filologica L’anima degli animali a cura di Li Causi e Pomelli, le sue posizioni vengono accostate a quelle di Tom Regan nel senso di soggetti di una vita, e si parla di come il dolore degli animali con lui abbia un peso maggiore riguardo alle considerazioni sulla ragione, anticipando una certa linea moderna. L’inizio del de esu carnium si apre in modo molto provocatorio, infatti Plutarco dice: “tu chiedi in base a quale principio filosofico Pitagora si astenesse dal mangiar carne. Io invece sarei curioso di sapere in che occasione e con quale disposizione d’animo o pensiero il primo uomo lambì il sangue con la bocca e accostò le labbra alla carne di un animale morto; mi chiedo inoltre perché imbandendo sulla tavola cadaveri e ombre di vita, egli chiamò vivande prelibate quelle che poco prima erano membra che emettevano muggiti e grida, si muovevano e vedavano”.

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